Yara Gambirasio, ma è davvero finita?

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Lunedì scorso, poco dopo le 18, il nostro giornale era pratica- mente confezionato e pronto per essere mandato in stampa, quando è arrivata prima un’indiscrezione, poi le conferme: hanno preso l’assassino di Yara! Una specie di bomba atomica mediatica: dopo tre anni e mezzo di indagini e polemiche, errori e ripartenze, silenzi e boatos, il caso che aveva angosciato e appassionato tutta l’Italia sembrava essere stato risolto. Avevano arrestato un uomo, il “mostro”, ed era sotto interrogatorio in una caserma dei Carabinieri. Di lì a poco, il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ci metteva il timbro dell’ufficialità: è lui. Piano piano, cominciavano a filtrare le notizie: il Dna corrisponde a quello del “fantasma”, il famoso “Ignoto 1”; l’omicida si chiama Massimo Giuseppe Bossetti, è sposato, ha tre figli; vive vicino a dove viveva la piccola Gambirasio…A tempo di record, e grazie all’impegno dei nostri cronisti, mentre aggiornavamo il nostro nuovissimo sito Web abbiamo ribaltato il giornale per dedicare all’evento la copertina. Finalmente!, abbiamo scritto. Finalmente ci sarà giustizia per Yara. Proprio quel «finalmente» di cui parla la nostra Maria Venturi nell’articolo a pag. 30, all’interno del dossier, in questo numero, destinato al giallo che sembrava impossibile decifrare. È finita, dunque? Il muratore di 43 anni che adesso è rinchiuso in una cella di due metri per tre nel carcere di Bergamo è davvero il criminale che ha «seviziato con crudeltà», come ha scritto il magistrato, la povera ragazzina di Brembate? E perché lo ha fatto? Era solo o aveva un complice? Perché continua a negare? E com’è possibile che, prima e dopo l’omicidio, abbia condotto una vita irreprensibile, da gran lavoratore, bravo marito e buon padre di famiglia? No, non è affatto finita. Ora si affastellano le domande e i dubbi (di cui diamo conto nell’articolo da pag. 22). Per esempio: se Bossetti non confessa, basterà la prova del Dna a incastrarlo? Oppure quella corrispondenza genetica nell’«elettroferogramma» resterà un indizio isolato, insufficiente per ottenere una condanna? Insomma: è stato lui o non è stato lui? Le persone che incontro me lo chiedono, forse pensando che chi lavora nei giornali abbia più certezze di coloro che li leggono. In realtà non è così. I dilemmi e le inquietudini sono gli stessi di chi assiste a questa vicenda dal salotto di casa, e forse, al di là delle dichiarazioni pubbliche, segretamente anche i medesimi di chi ha indagato e di chi ora deve prendere decisioni. Soltanto una cosa mi sembra sicura: per mesi e anni sentiremo ancora parlare di questa storia, saranno istruiti processi e appelli, verremo sfiniti dai talk show in tv. Se Bossetti non confesserà, la tanto invocata giustizia per Yara resterà lettera morta, confusa tra le mille contraddizioni dei dibattimenti in aula, le convinzioni granitiche di chi la sa sempre più lunga e una “verità” finale che sarà sempre e soltanto processuale o “scientifica”. Non una verità senza aggettivi. Auguriamoci che non sia così. Ma il mio pessimismo è giustificato da alcune storie recenti finite in questo modo, e cioè con condanne che sono rimaste abbondantemente «al di qua» di ogni ragionevole dubbio. Parlo del delitto di Perugia, ma anche della strage di Erba. Casi nei quali centinaia di professionisti, avvocati, magistrati, investigatori, periti e scienziati si sono dati da fare con grande serietà e dedizione senza però mai giungere a una verità definitiva e incontrovertibile. Alle condanne sì, ci sono arrivati. Ma alla verità? Per chi è in cerca di rassicurazioni e sollievo può bastare: gli assassini non sono più «presunti», e stanno in prigione o presto ci finiranno. Ma non può bastare a chi sottoscrive la massima «meglio cento colpevoli in libertà che un innocente in galera».Certo, in questo momento sarebbe bizzarro e impopolare invocare per Bossetti la presunzione di innocenza, anche se tecnicamente gli spetta. Davanti agli occhi abbiamo il sorriso solare di Yara, la tenerezza del suo apparecchio per i denti, quello sguardo da «tutta la vita davanti». E nella testa l’immagine dell’adolescente ferita a morte e lasciata agonizzare in un campo, il terrore che ha provato, la solitudine, il dolore e gli ultimi pensieri per la mamma e il papà, che non sono lì con lei perché luomo nero l’ha rapita e poi buttata via come uno straccio vecchio… Rimane allora nel cuore una sola, feroce e tormentata speranza: che l’assassino sia davvero lui, Massimo Giuseppe Bossetti. E che i magistrati siano in grado di dimostrarlo. Solo così Yara troverà pace. E giustizia.