«Via il divieto per i figli adottivi di sapere il nome della madre»

Il sogno recondito di conoscere la mamma che li ha partoriti resta nel cassetto. La legge italiana vieta infatti ai figli adottivi di sapere chi sono i genitori naturali. Ora però per tutti quelli che non hanno mai cancellato dai loro pensieri questo desiderio, qualcosa sta cambiando. Una nuova sentenza della Corte di cassazione stabilisce che «l’irreversibilità del segreto sull’identità della madre biologica deve essere rimossa». I giudici sottolineano inoltre la necessità che venga raggiunto un equilibrio tra i diritti dei due individui. In pratica, se un ragazzo maggiorenne o una persona adulta chiedono di risalire alle origini biologiche, la madre deve essere almeno interpellata in modo da poter revocare l’anonimato, chiesto quando aveva deciso di rinunciare al bambino. La sentenza numero 278, depositata ieri, segna una svolta. Fino a oggi i nostri tribunali, in base alle norme in vigore dall’83, hanno respinto i ricorsi degli aspiranti alla reversibilità del segreto. Un ostacolo che sbarra la strada ai bambini di origine italiana e che dovrebbe essere invece removibile per gli stranieri. Questa almeno è l’interpretazione di Marco Griffini, presidente di Aibi, associazione impegnata nell’adozione internazionale: «Se la legge del proprio Paese consente di accedere ai dati dei genitori, il problema non esiste e i nostri giudici non si possono opporre. Però secondo noi non sono questi i casi di cui dovremmo preoccuparci perché non sono frequenti. Dietro la richiesta di cancellare il segreto si annida di solito una difficoltà irrisolta con la famiglia adottiva. Potrebbe significare non aver accettato del tutto l’abbandono. Apprezziamo comunque le conclusioni della Corte ». In effetti nasce da una storia molto particolare la decisione della Consulta, alla quale si è affidato il Tribunale di Catanzaro. Una signora di cinquant’anni ha scoperto solo durante la causa di separazione di non essere nata dalle due persone che aveva sempre chiamato mamma e papà. Loro avevano scelto di non raccontarle la verità malgrado la bambina fosse stata adottata quando aveva sei anni. La donna ha sostenuto che il fatto di essere all’oscuro del suo passato le aveva creato danni e condizionamenti, fra i quali anche quello di limitare la diagnosi e la cura di alcune patologie la cui esistenza può essere determinata da precedenti familiari impossibili da rivelare ai medici. Il relatore della sentenza, Paolo Grossi, specifica a tale proposito che «il relativo bisogno di conoscenza da parte del figlio rappresenta uno di quegli aspetti della personalità che possono condizionare l’intimo atteggiamento e la stessa vita di relazione di una persona in quanto tale». La scelta dell’anonimato, in altre parole, non deve essere cristallizzata e estranea a qualsiasi altra opzione. A questa apertura punta il disegno di legge presentato da un deputato Pd su iniziativa dell’associazione «Astro nascente» che riunisce figli adottivi alla ricerca delle origine e ha organizzato un canale online per favorire il contatto con i genitori naturali. Secondo Griffini «va rispettato in linea di principio il diritto della madre a non essere identificata. Se l’anonimato saltasse potrebbe pregiudicare la nascita di un bambino perché la donna potrebbe essere spinta ad interrompere la gravidanza ».