Valeria Golino: Le cose che ho imparato dietro le sbarre

Bella, brava e attenta alle tematiche sociali, l’attrice è nelle sale in “ Come il vento” nei panni di Armida Miserere, donna direttore dei più difficili penitenziari italiani: «Armida era straordinaria, l’avevo incontrata quando aveva organizzato nel penitenziario di Sulmona un festival di cinema». «Nelle carceri mi sono resa conto che quello che sembra astratto è molto concreto, e riguarda tutti noi, la dignità di tutti»Se si pensa a Valeria Golino non si può non parlare della sua versatilità. Ama confrontarsi con i ruoli più disparati e spesso lascia sbalorditi gli spettatori per le sue interpretazioni ineccepibili. Eccola ora alle prese con un ruolo che non passerà inosservato: quello di Armida Miserere, la prima donna, in Italia, direttore di un carcere, nel film di Marco Simon Puccioni Come il vento, ora nelle sale dopo aver conquistato il favore della critica al Festival Intemazionale del film di Roma. Va a gonfie vele anche la vita privata: smentita la crisi del settimo anno con il collega Riccardo Scamarcio, i due sono innamorati come il primo giorno, tanto da aver creato anche un importante sodalizio professionale: il primo film che vede la Golino regista, Miele, l’ha prodotto proprio lui. Secondo alcuni la coppia si sarebbe addirittura sposata in gran segreto: non ci è sfuggito l’anello d’oro che lo stesso Scamarcio sfoggiava proprio all’anulare sinistro durante la conferenza stampa del nuovo film di Rocco Papaleo, Una piccola impresa meridionale in cui è tra i protagonisti. Ma la coppia tiene molto alla sua privacy e non ci stupiremmo affatto se decidessero di tenere solo per sé un evento così importante. E l’attrice non ha mai nascosto la voglia di diventare madre, anche se a oggi questo suo desiderio non si è ancora realizzato e più volte ha dichiarato: «Se un giorno diventerò madre, mi piacerebbe riuscire a regalare a mio figlio quell’affetto carnale, quello stesso calore che mi arrivava quotidianamente da mia madre». Ma veniamo al film. Mai come in questo momento il tema delle carceri è di più stretta attualità: Valeria Golino ci ha raccontato pensieri ed emozioni vissute entrando a stretto contatto con il mondo delle carceri italiane. Nel film trattate un tema di strettissima attualità, la situazione delle carceri, che sta scatenando un grande dibattito. Che cosa ha provato entrandovi per il film? «Entrare in un carcere ti turba, ti fa pensare, ti rendi conto che quello che leggi sui giornali, e ti sembra astratto, è molto più concreto di quanto immagini. È una realtà che riguarda tutti noi e non chissà quale marginale mondo; ecco perché le riforme andrebbero fatte presto, non è concepibile che, di fronte a notizie di cronaca così sconcertanti, ancora non si prendano seri provvedimenti. Ne va della nostra dignità. Bisogna muoversi per fare delle leggi giuste, volte non a isolare, ma a comprendere». Interpreti una donna forte e dì grande spessore umano, ma che a un certo punto decide di togliersi la vita. «È la grande dicotomia, la contraddizione presente in questa donna straordinaria: ima personalità forte e decisa, ma anche resa estremamente fragile dalla vita. Sono certa che per me sarà molto difficile dimenticarla». Nel film affrontate anche il tema della maternità, mettendo l’accento sulla difficoltà di progettare una famiglia in un momento in cui non si riesce nemmeno a immaginare un futuro per i propri figli. «Immagino che questo interrogativo, se mettere al mondo un figlio o meno oggi, se lo stiano ponendo molte coppie. Che il momento storico sia difficilissimo, tutti lo sanno, e anche io sono preoccupata; spero che si riesca a uscire da questo tunnel. Fare i genitori oggi è complesso, dover insegnare ai propri piccoli a sperare nel futuro nonostante il periodo incerto dev’essere davvero un’impresa». Armida Miserere può essere considerata un’eroina dei tempi moderni? «Ho imparato chi fosse attraverso documenti, lettere, diari e fotografie; e poi l’ho conosciuta personalmente a Sulmona, circa un anno prima che si suicidasse. La dottoressa Miserere aveva organizzato, con altri collaboratori, un piccolo festival di cinema per i detenuti e io ero stata invitata con il regista Emanuele Crialese per presentare Respiro. Era molto cortese, ma anche austera, e mi ricordo che abbiamo fatto una foto insieme. Quando ho rivisto quella foto ciò che mi ha più stupita e commossa è stato il modo in cui la stringevo: il mio abbraccio sulle sue spalle era protettivo come se avvertissi la sua fragilità; e lei mi guardava dal basso in alto con un’espressione di vulnerabilità che, a ripensarci oggi, mi vengono i brividi. È una donna che ha avuto una vita tragica, una donna molto determinata e severa con se stessa, appassionata del suo lavoro. Aveva una personalità così complessa che, per quanto possiamo raccontarla, ci saranno sempre delle zone d’ombra e dei lati del suo carattere che non conosceremo mai». Come il vento è il suo ritorno davanti alla macchina da presa dopo il debutto da regista con Miele. Che effetto le ha fatto? «Quando recito dimentico di essere regista; così come quando vado a vedere un film dimentico di essere attrice e divento solo pubblico». La sua interpretazione è stata particolarmente emozionante. «E chiaro che un attore non può sentirsi sempre particolarmente ispirato, né avere sempre la possibilità d’interpretare un grande personaggio così contraddittorio e complesso. La differenza è nel modo in cui il regista guarda il suo attore e la sua attrice, come monterà la scena e che luce avrai sul viso. L’interpretazione di un attore dipende sì da lui, ma moltissimo anche dal lavoro di tutta la squadra. Un bel ruolo e un regista che sa filmarti sono delle vere occasioni, non solo per sembrare più bravi di quello che siamo, ma anche per rendere onore al personaggio». Perché all’inizio non voleva interpretare Armida Miserere? «Non era un ruolo in cui potevo cavarmela con poco e fare bella figura. Avrei dovuto penare, dare l’anima, e quando mi è stato chiesto di interpretarlo stavo preparando il mio primo film da regista, un’esperienza completamente nuova. Pensavo alla fatica che avremmo dovuto affrontare per riuscire a girare una storia così difficile; non è un mistero che in Italia sia una vera impresa terminare e distribuire un film che non sia di puro intrattenimento. Avevo paura di finire nel dimenticatoio. Poi, però, il grande entusiasmo di Marco Simon Puccioni mi ha talmente coinvolto che non ho potuto fare a meno di accettare».