Un Apple Store al Duomo il sogno mai avverato di Jobs

here By on 8 novembre 2013
steve-jobs

research paper writer online L’episodio più clamoroso risale al novembre del 2011 quando si aprirono le buste per aggiudicarsi lo spazio ex McDonald’s nel centro della Galleria Vittorio Emanuele. Tutti in Comune e in città erano convinti che vincesse la Apple e invece fu il trionfo di Prada che con un maxirilancio d’asta bruciò gli americani, messi fuori strada dall’idea di aver consegnato il progetto più innovativo e di conseguenza di aver già tagliato per primi il traguardo. Dal punto di vista politico-amministrativo la gara si svolse a cavallo del cambio a Palazzo Marino, il bando era stato curato dalla giunta Moratti ma le buste furono aperte con la giunta Pisapia e la discontinuità politico- amministrativa non deve aver giocato a favore di Apple. Dopo lo smacco è passato del tempo e i contatti sono stati ripresi direttamente tra i rappresentanti del gruppo americano e quello che nel frattempo era diventato il nuovo assessore alla Cultura, Stefano Boeri. Si era partiti con la richiesta da parte della Apple di posizionare il Cubo trasparente in piazza del Duomo e di conseguenza erano state vagliate alcune ipotesi, tutte complicate perché è evidente che il Comune di Milano non poteva e non può lasciare il campo del tutto libero ma deve conciliare l’attrazione di investimenti con la tutela dei beni pubblici. La prima e più interessante ipotesi vagliata è stata quella di provare a utilizzare per lo store la seconda torre dell’Arengario, ancora oggi occupata dagli uffici di un assessorato, dal consiglio di zona 1 e dalle sedi di alcune associazioni. Nei discorsi fatti in sede di negoziato non si era parlato solo di una mera operazione immobiliare bensì di una collaborazione pubblico-privato molto più ampia. La Apple avrebbe realizzato nel cuore di Milano un vero flagship con un orario di apertura molto lungo e che fosse anche sede di corsi di formazione e attività culturale. In più gli americani si sarebbero potuti far carico di sviluppare dal punto di vista multimediale il vicino Museo del ‘900 dotandolo di tutti gli standard digitali più avanzati e competitivi. Quest’ipotesi di lavoro è stata approfondita e vagliata per diversi mesi che sono serviti anche a consultare preventivamente la Soprintendenza per i Beni architettonici e paesaggistici di Milano e ovviamente il quartier generale di Cupertino che si era fatto assistere in Italia dalla Cushman & Wakefield. Fatti, o comunque progettati, i coperchi è però saltata la pentola: per contrasti con il sindaco Pisapia l’assessore Boeri è stato congedato nel marzo 2013 e tutto il lavoro di approfondimento che era stato fatto si è azzerato d’un colpo. Ancora una volta le vicende amministrative sono state decisive e il progetto Apple ha subito il secondo e imprevisto stop. Arriviamo ai giorni nostri quando, seppur timidamente, in città si è ricominciato a parlare dello store che incredibilmente aspetta di essere aperto da almeno due anni. Ufficialmente, come dichiara il vicesindaco Ada De Cesaris, la Apple non si è rifatta viva a Palazzo Marino né ha partecipato — per fare un esempio — alla gara per aggiudicarsi l’ex albergo diurno Cobianchi — altra ipotesi teoricamente percorribile — che è andata deserta già per due volte. C’è la convinzione , però, di essere alla vigilia di un terzo atto. Se gli americani rinunciassero a piazza del Duomo le soluzioni per la loro flagship, pur in pieno centro, sarebbero molteplici e potrebbero interessare, ad esempio, l’ex palazzo delle Poste di piazza Cordusio, gli edifici che l’Unicredit ha lasciato vuoti in centro, l’ex garage multipiano Traversi di piazza San Babila e via di questo passo. Se invece, obbedendo al desiderio di Jobs, gli americani puntassero solo ed esclusivamente sulla piazza-salotto di Milano si dovrebbero ricominciare a vagliare ipotesi come quella della seconda torre dell’Arengario o magari del palazzo della Ragione ma stiamo parlando di un dialogo tutto da ricostruire. E il cui iter si presenta comunque lungo.

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