Triplicano i poveri: Oltre 6 milioni

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poveriCarlo Di Foggia Ci siamo sbagliati: nella grande crisi i poveri non sono raddoppiati, sono triplicati. Solo tre giorni fa la Caritas diffondeva una radiografia drammatica dell’Italia: 4,8 milioni di poveri “assoluti”, il doppio di quanti erano nel 2007, primo anno avanti crisi. La sintesi di uno sprofondamento verso la miseria elaborata però su dati vecchi, cioè quelli dell’Istat 2012: “Ma non ci sono indicatori tali da far ritenere che nel 2013 le cose siano andate meglio” si giustificavano i ricercatori della Cei. Infatti sono andate molto peggio. Ieri l’Istat ha fornito i numeri aggiornati: in Italia ci sono 6,2 milioni di persone povere, il 10 per cento della popolazione. Poveri “assoluti” non “relativi” (rispetto alla media degli altri). Questi ultimi rappresentano il 16,6 per cento dei cittadini: 10,4 milioni di individui.

Nel giro di un anno il numero di chi non può permettersi una vita considerata “digni – tosa” anche da un asettico contatore statistico è aumentato di un milione e 206 mila unità (per tre quarti concentrati al Sud), un incremento da far impallidire anche il rapporto della Caritas, che infatti ieri è stata costretta a ritirare il documento dal sito per aggiornarlo. Sull base dei dati usciti ieri, se si continua così, alla fine di quest’anno l’esercito degli indigenti sarà quattro volte più numeroso che agli albori della grande crisi che dall’America ha investito l’Europa. Riassume l’Istat: “In Italia circa una famiglia su cinque è povera o quasi”.LA PERCEZIONE SOCIALE del fenomeno – spiegano gli esperti – non segue l’andamento disastroso dei bollettini economici. La povertà sembra invisibile. Quella “assoluta”–cioè non calcolata rispetto a una media – non è uguale ovunque, ed è slegata dal reddito. Un incapiente (sotto gli 8 mila euro lordi annui e dunque non paga tasse) che vive in un piccolo comune calabrese, per l’Istat non sempre è povero, come invece un suo omologo lombardo. Proprio per questo il segnale d’allarme che viene dal sud è doppiamente preoccupante. Non è quanto guadagni ma quanto puoi spendere che fa la differenza. Il costo della vita – quindi la spesa – frantuma l’Italia in due mondi: Nord-Sud, e piccoli-grandi Comuni (sotto i 50 mila o superiore ai 250 mila abitanti). Con una capacità di spesa 1.373,36 euro, una famiglia con due coniugi e un figlio a carico non sopravvive a Milano, mentre è fuori dall’indigenza a Catanzaro (dove per i ricercatori ne bastano poco più di mille) o Brindisi. È il risultato di un complesso sistema di calcolo elaborato nel 1997 e aggiornato nel 2005: il paniere Istat, suddiviso in spesa per alimenti; abitazioni e “residuale” (cioè vestiti, trasporto ecc…) che stabilisce gli standard minimi di “dignità”. Già nel 1984, il Consiglio europeo spiegava che: “Dovrebbero essere definite povere le persone, le famiglie e i gruppi di persone le cui risorse (materiali, culturali e sociali) sono così limitate da escluderli dal minimo accettabile livello di vita dello stato nel quale vivono…”. L’Italia è stata tra i primi Paesi a provarci. La precisione è al dettaglio. Esiste addirittura una soglia di peso per i vari alimenti: per un maschio adulto del Nord, il pane non deve scendere sotto i 224 grammi giornalieri; per una spesa di 0,53 euro al giorno. Stesso discorso per le abitazioni (28 metri quadri minimi per un single e 42 per un nucleo familiare composto tra persone); i vestiti (un paio di scarpe, esclusi capi di lusso e spese di lavanderia e tintoria) e il trasporto (niente mezzi privati, solo pubblici). Un meccanismo complicato, ma che permette di capire il senso dell’espressione “pover – tà invisibile”. La statistica vede più e meglio la condizione sociale del Paese. La percezione si limita alla sola povertà estrema. E questo spiega anche il fallimento delle ricette messe in campo. Per evitare contestazioni statistiche, finora studi e ricerche si sono concentrati sulla povertà “assoluta”, trascurando quella “relativa”, che però è la vera misura della disuguaglianza di un Paese: sei povero se guadagni molto meno di chi ti sta intorno. I poveri “assoluti” sono meno dei poveri “relativi”, ma è sui primi che sono calibrate le politiche di sostegno, che quindi risultano sempre inadeguate. Nel 2008 – governo Berlusconi (ministro del Tesoro Giulio Tremonti) – i fondi contro la povertà ammontavano a 2,5 miliardi di euro; in un lustro di tagli, nel 2013 – governo Letta – si è arrivati a soli 964 milioni, pochi spiccioli destinati alle famiglie, per le pari opportunità e le politiche giovanili. E i fondi per le politiche sociali mancano proprio dove più ce ne sarebbe bisogno, cioè Mezzogiorno e isole: si va dai 282 euro a persona di Trento ai 25 euro della Calabria. Al ministro del Lavoro Giuliano Poletti, il direttore della Caritas Francesco Soddu ha rinnovato la richiesta di una nuovo strumento che vada oltre “la miseria della social card” di Tremonti: il reddito di inclusione sociale. Uno strumento che costerebbe 7 miliardi di euro. La risposta di Poletti è stata articolata: “Abbia – mo bisogno di costruire un’infrastruttura che ce lo permetta. Il nostro Paese non ha una dotazione tipo banche dati o elementi di analisi”. Tradotto: per ora non se ne fa nulla. E i poveri continueranno ad aumentare.