Totò Reiina: Il suo gioco è tornare alle stragi

Roberto Scarpinato In quanto Procuratore Generale mi occupo delle misure di sicurezza nei confronti dei magistrati nelle tre province di Palermo, Trapani e Agrigento. Questa parte della mia attività è divenuta sempre più impegnativa perché in questi ultimi mesi si sta registrando una straordinaria escalation di minacce, di intimidazioni che credo non abbia precedenti e che riguarda un numero crescente di magistrati. Non si tratta solo dei magistrati di cui ha dato notizia la stampa nazionale – mi riferisco per esempio a Di Matteo, agli altri pm che si occupano del processo sulla cosiddetta trattativa, ai quali in questi giorni si è aggiunta Teresa Principato, che segue le indagini per la cattura di Matteo Messina Denaro –ma anche di altri pubblici ministeri e di magistrati della giudicante, soprattutto quelli che si occupano delle misure di prevenzione. La mia sensazione complessiva è che all’interno dell’universo mafioso stia accadendo qualcosa, che stia lievitando una insofferenza sempre maggiore di cui occorre decifrare le motivazioni complessive. L’idea che mi sono fatto è che occorre distinguere due tipi di pericoli. Un pericolo che viene dal presente, dall’attualità della mafia della Seconda Repubblica; e un pericolo di natura diversa che viene dal passato, cioè dalla mafia della prima Repubblica. L’interagire di questi due pericoli potrebbe creare una miscela esplosiva. I pericoli che vengono dal presente e hanno, a mio parere, una causale economica. Anche la mafia soffre la crisi La crisi economica che attanaglia tutto il paese ha messo in grave difficoltà anche la mafia siciliana in quanto ha ridotto drasticamente le entrate derivanti dalla predazione sistematica dei fondi pubblici realizzata in mille modi, grazie anche a ramificate relazioni collusive con il ceto politico-amministrativo (manipolazione di appalti e commesse pubbliche); e le entrate derivanti dalle estorsioni “a tappeto”. Nel 2007 gli investimenti pubblici avevano raggiunto 890 milioni di euro mentre nel 2012 si sono ridotti a 351 milioni e nei primi otto mesi del 2013 a 196 milioni. Quanto alle estorsioni si va riducendo sempre di più la platea numerica dei soggetti da estorcere. Sono migliaia le imprese che hanno chiuso i battenti e altre sopravvivono a stento tra mille difficoltà. La riduzione delle entrate ha un impatto notevole sulle spese correnti di ordinaria amministrazione dell’organizzazione. Mancano i soldi per mantenere le numerose famiglie dei carcerati, per pagare la mesata della manovalanza in libertà, per finanziare le spese legali. Cresce dunque giorno dopo giorno un’insofferenza che non si manifesta solo nei confronti della magistratura accusata, per esempio, di sequestrare e confiscare imprese e beni mettendo sul lastrico centinaia di famiglie; ma anche e soprattutto – e qui sta la novità – nei confronti della stessa classe dirigente di Cosa Nostra. Nei confronti di alcuni capi un tempo ritenuti carismatici, come Messina Denaro, monta la critica di pensare solo a se stessi e ai propri affari, disinteressandosi del popolo mafioso. Ad altri capi viene mossa la critica di esser troppo deboli, incapaci di “far abbassare le corna a una magistratura troppo ringalluzzita”. Come nella società civile legale nei momenti di crisi economica e di scontento prende corpo la richiesta di uomini forti che assumano il comando e fermentano fenomeni di spontaneo ribellismo, così nel mondo mafioso cresce la richiesta di uomini forti che mettano da parte la strategia provenzaniana della sommersione che andava bene quanto gli affari giravano per tutti; uomini forti che sappiano battere i pugni sul tavolo. Contemporaneamente, vista la mancanza di una solida e autorevole leadership, si profila il pericolo di un “rompere le fila”, cioè che ognuno si senta legittimato ad autogestire a livello individuale e in ordine sparso minacce e intimidazioni ai magistrati. Cresce anche il rischio che qualche emergente si autoproponga come l’uomo forte della situazione compiendo gesti di rottura.

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