Test fiducia, Letta spinge sulle riforme

Enrico Letta ha deciso di tenersi fuori, il governo non avanzerà una proposta sulla legge elettorale e lascerà che sia il Parlamento a farsi carico del passaggio più delicato e problematico della legislatura. Dopo l’incontro di lunedì con Matteo Renzi e la telefonata di ieri sulla linea Pretoria-Firenze, il premier ha capito che è molto meno rischioso per la tenuta della maggioranza lasciare Palazzo Chigi fuori dalle trattative, soprattutto se sarà il nuovo segretario del Pd a condurre le danze. E oggi, quando parlerà alla Camera, il premier scandirà parole improntate alla cautela. Dirà che «bisogna far presto». Confermerà la sua vocazione bipolarista. Ma ricorderà che studiare il modello elettorale compete al Parlamento, non all’esecutivo. I partiti sono già in guerra. Il leader del Pd vuole che il dossier passi alla Camera e la commissione Affari costituzionali di Montecitorio ha compiuto un passo nella direzione auspicata da Renzi, mettendo in calendario la riforme. Il capogruppo, Francesco Paolo Sisto, ha illustrato le 21 proposte di legge già depositate, poi ha informato la presidente Boldrini della calendarizzazione. Ma Anna Finocchiaro, che presiede la prima Commissione di Palazzo Madama, innesca il braccio di ferro: «Chi ha detto che qui non si fa più? Ci sarà un’intesa tra Camera e Senato». E a sera Renzi conferma l’impazienza di dare all’Italia una legge elettorale entro il 25 maggio, partendo dalla maggioranza e allargando il dialogo all’opposizione: che senso ha lasciarla «lievitare manco fosse una pizza» nel forno del Senato, quando «siamo tutti d’accordo che si porti alla Camera»? Visto il dinamismo di Renzi è comprensibile che Letta preferisca mettere al riparo il governo. Il premier ha letto la sentenza con cui la Consulta ha azzerato il Porcellum come la certificazione del fallimento di una classe dirigente, ma anche come un’opportunità di rinascita per i partiti. E sarà questo uno dei passaggi chiave del discorso dichiaratamente «all’attacco» che Letta ha limato con cura maniacale per tutta la notte, sull’aereo di Stato che lo ha riportato a Roma dal Sudafrica: 40.000 battute digitate sul blackberry per imprimere una svolta al governo, incassare la fiducia di Camera e Senato e annunciare, almeno per titoli, il cronoprogramma dettagliato «alla tedesca» da sottoscrivere a gennaio con Renzi, Monti e Alfano. Un’agenda vincolante delle riforme da realizzare entro il prossimo anno, per poi tornare al voto: privatizzazioni, occupazione, cuneo fiscale. Azzeramento (anche per decreto) del finanziamento ai partiti, dopo la fiducia i primi provvedimenti per lo sviluppo e un semestre europeo che chiuda la stagione del rigore per aprire quella della crescita. L’Europa è l’anima del ragionamento e Letta non farà sconti ai nemici dell’Unione. A cominciare da Grillo, che il premier attaccherà con forza in Aula, stigmatizzando il tentativo del leader del M5S di dar fuoco alle polveri della tensione sociale: «È da irresponsabili mettere a rischio la stabilità del Paese». Per Letta le riforme sono l’unico argine al populismo e lui rinnova l’impegno a mettercela tutta, convinto che agganciare la ripresa sia un sogno a portata di mano: «Lo spread ai minimi ci dice che abbiamo imboccato la strada giusta. La caduta del Pil è finita e io comincio a vedere la luce in fondo al tunnel… ». Niente fuochi di artificio, nessun cedimento alla politica-spettacolo. Letta cambia passo, ma non vuole cambiare profilo per inseguire il vento del nuovo che avanza. Promette coraggio, rivendica l’efficacia della legge di stabilità e la forza della nuova maggioranza. Quindi dichiara chiusa l’esperienza delle prime larghe intese: «Separare il governo dalle questioni giudiziarie di Berlusconi è stata la scelta giusta». Ora c’è una nuova leadership politica, nella quale Letta nutre fiducia. Ieri a Pretoria, dopo la commemorazione di Mandela, si è chiuso nella residenza dell’ambasciatore e ha chiamato Renzi, Monti e Alfano per concordare con loro (dopo il via libera di Napolitano) i passaggi più delicati del discorso.