Strappo con Renzi, Fassina lascia Un nuovo fronte per il governo

Fassina chi?», risponde Matteo Renzi a chi, nella conferenza stampa che segue la riunione della segreteria del Pd, gli domanda se sia all’ordine del giorno un rimpasto di governo, tesi sostenuta con forza dallo stesso Fassina. Un’ora più tardi, il viceministro dell’Economia gela tutti dimettendosi. È il primo effetto politico del movimentismo renziano sugli equilibri interni del partito. Ed è proprio a quanto avvenuto l’8 dicembre che Fassina si riferisce nel motivare, con linguaggio asciutto, la propria decisione. «Le parole del segretario Renzi su di me — sostiene — confermano la valutazione politica che ho proposto in questi giorni: la delegazione del Pd al governo va resa coerente con il risultato congressuale. Non c’è nulla di personale. È una questione politica. È un dovere lasciare per chi, come me, ha sostenuto un’altra posizione». Fassina allude al fatto che lui aveva appoggiato Gianni Cuperlo nelle primarie che hanno portato il sindaco di Firenze al posto di comando del Pd. «È responsabilità di Renzi che ha ricevuto un così largo mandato — argomenta ancora l’ex viceministro dell’Economia — proporre uomini e donne sulla sua linea». Insomma, è un fatto di coerenza. Ecco perché annuncia la volontà di presentare delle «dimissioni irrevocabili», ringrazia Letta, il ministro Saccomanni, l’altro viceministro Luigi Casero (Ncd) e i sottosegretari Alberto Giorgetti (Ncd) e Pier Paolo Baretta (Pd): «Continuerò a dare il mio contributo al governo dai banchi della Camera». Dall’entourage di Saccomanni si fa notare che il ministro non intende commentare la vicenda. Il gesto di Fassina, però, suscita la reazione per certi versi imbarazzata del portavoce della segreteria del Pd, Lorenzo Guerini. «Dispiace che Fassina esprima in questo modo il suo disagio riguardo alla sua presenza nel governo», obietta aggiungendo che «non c’è davvero motivo di fare polemiche ma di lavorare e molto. Oggi si è tenuta una segreteria sulle priorità per il Paese: legge elettorale, job act». Ma Cuperlo, che ha conteso la leadership a Renzi e ora è presidente del Pd, interviene per ricordare che «in un partito servono le idee ma, assieme, serve il rispetto per le persone. Tutte, a cominciare da quelle che fanno parte della tua stessa comunità. La battuta del segretario del nostro partito non è stata una traduzione felice di questo spirito. Mi auguro si tratti di un incidente e nulla più». Se non è una giustificazione per la scelta di Fassina, poco ci manca. Grande comprensione si coglie nei commenti che giungono dal campo del centrodestra, sia da quello alfaniano sia da Forza Italia. Maurizio Sacconi (Ncd) mette in evidenza che occorre recuperare «il rispetto umano che si deve a qualunque avversario, interno ed esterno, alla propria parte politica, senza nulla togliere al confronto franco delle idee». Di «grande dignità» parla Roberto Formigoni (Nuovo centrodestra) e Carlo Fidanza (Fratelli d’Italia) riconosce al dimissionario «di avere dimostrato le “balls of steel”, facendo bene a non piegarsi all’umiliazione che gli ha inflitto Renzi ». Le diversità riguardano, casomai, gli effetti che tali dimissioni possono provocare. Osvaldo Napoli (Forza Italia) rileva che Fassina ha reagito a «un caso di bullismo politico», facendo risaltare «le difficoltà dei ministri, quasi tutti bersaniani. Sono il primo atto di una crisi che non porterà ad alcun rimpasto, ma di filato alle urne ». E Daniela Santanché motteggia: «Fassina ha mostrato più coraggio e dignità di Alfano. Non si può stare al governo con chi ti umilia tutti i giorni. Agli amici del Nuovo centrodestra dico: non è mai troppo tardi ».