Strappo «con dolore» Berlusconi lancia la nuova Forza Italia «Decadenza, lotterò»

best custom essay site By on 17 novembre 2013
Berlusconi-sorridente

go to site Lo ripete come un mantra quel «non me l’aspettavo, non da lui, ci sto male come per un figlio». E le parole che non riesce a trattenere nemmeno davanti ai pochi fan che lo aspettano sul grande piazzale del palazzo dei congressi dell’Eur—«Per lui avrei messo la mano sul fuoco..» — tolgono ogni idea di festa ad un evento tanto annunciato da arrivarci tutti stremati, divisi, sostanzialmente sconfitti, quelli che ci sono e quelli che hanno disertato. Con 613 presenti su 870 degli aventi diritto al voto ma all’unanimità, il Consiglio nazionale del Pdl delibera il ritorno a Forza Italia, senza bandiere e con ancora meno gaudio. Sarà il malore di Berlusconi alla fine di un discorso di un’ora e mezza o sarà che alcuni passaggi lasciano nell’incertezza tutti, ma è un fatto che di battesimo questo evento abbia poco e di mesta ricorrenza obbligata molto. Andava celebrato il Cn e lo si è fatto, ma per Berlusconi lo strappo «doloroso » con il suo figlioccio non è né deve essere considerato definitivo. Gli fa male raccontare come è andata, ammettere che la «divisione» con i ministri è avvenuta non per «differenze sui programmi e sui nostri valori» ma per la «distanza tra le singole persone, che ha creato una atmosfera grigia di accuse e offese reciproche » che lui—a questo pensa chi lo ascolta—non ha saputo ricomporre. Racconta l’ex premier dell’ultima mediazione fallita venerdì sera, di quel l’offerta di rimandare le decisioni sul governo a dopo il voto sulla decadenza nonché quella di costituire un organismo dirigente di garanzia per tutte le anime. Offerta rifiutata da Alfano e dai suoi, verso i quali si cominciano ad alzare i fischi e i «traditori » dalla sala che Berlusconi immediatamente zittisce: «Potrebbero fare i Cugini d’Italia, gliel’ho proposto…», scherza prima. Ma poi avverte: «Niente dichiarazioni contro questo nostro nuovo gruppo che farà parte del centrodestra come Lega e Fratelli d’Italia», perché ci si ritroverà «nel contenitore Pdl quando andremo alle elezioni». Ruota attorno a questo passaggio chiave il fulcro del discorso di Berlusconi: non c’è intenzione di tagliare i ponti, non ora almeno, per almeno due motivi. Primo, perché se il governo cadesse a breve anche non per sua mano («Non abbiamo i voti, ci sono almeno 20 grillini pronti, senatori a cui piace prendere 14 mila euro di stipendio») davvero bisognerebbe ripresentarsi alle elezioni uniti, magari con un Porcellum rivisto che «se noi moderati non ci riuniamo tutti» porterebbe comunque «anche nella prossima legislatura a dover fare larghe intese». Secondo, perché il Cavaliere spera ancora che Alfano e i suoi possano fare qualcosa per impedire o ritardare il più possibile il voto sulla sua decadenza, in vista di una revisione del suo processo per «nuove carte in arrivo ». Ma se decadenza invece sarà, niente sconti: «È molto difficile pensare che si possa sedere allo stesso tavolo e in Consiglio dei ministri con qualcuno che vuole uccidere politicamente il tuo leader». E’ il nodo inestricabile, che sommato all’attacco ad un governo che non riesce ad incidere in un’Europa di «burocrati che ci stanno assassinando » e che sta varando una legge di Stabilità che «non porterà nessun risultato », fa capire come Forza Italia sia un partito che sta preparandosi a passare all’opposizione. Quando e come potrebbe avvenire lo strappo non è ancora deciso: forse sulla legge di Stabilità, sulla quale FI potrebbe astenersi, o dopo la decadenza, ma chi è vicino al Cavaliere già ora mette in conto almeno l’ipotesi dell’appoggio esterno. Quando Berlusconi attacca a testa bassa il Pd tornando ad evocare scenari da Urss di Stalin, quando dipinge la Forza Italia che vorrebbe come un partito di club sul territorio e sentinelle sul voto sguinzagliate in tutti i seggi, si capisce che la piattaforma per una campagna elettorale è in via di definizione. Poi magari si dovrà agire di sponda, verificare i movimenti di Renzi, sparare il proprio colpo solo quando si sarà sicuri che potrà andare a segno, tenendo conto che, in caso di venti di crisi, «una decina» di senatori alfaniani «potrebbero sempre tornare all’ovile» dicono in FI. Anche perché è tempo di formare i nuovi organigrammi, che adesso saranno l’obiettivo, se non di Berlusconi, almeno di chi è rimasto. Perché tanti big che hanno sostenuto a spada tratta il Cavaliere—da Fitto a Carfagna, da Gelmini a Bernini a Prestigiacomo, da Romani a Gasparri, da Matteoli a Rotondi —pretendono ora che il partito non sia affidato solo ai superfalchi (Santanché, Brunetta, Capezzone). La sfida interna è appena all’inizio.

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