Stamina,indagine sull’ospedale di Brescia

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Dodici indagati nel filone torinese su Stamina. Una decina in quello bresciano. Per quest’ultimo («che riguarda solo attività svolte all’interno degli Spedali Civili di Brescia e in nessun altro ambito» come ha specificato ieri il direttore generale della struttura Ezio Belleri), fra la decina di indagati che, a gennaio scorso, si erano visti recapitare un avviso di proroga indagini, ci sono il direttore sanitario del Civile Ermanna Derelli (moglie di un pm e il cui cognato, come aveva rivelato lo stesso presidente di Stamina Davide Vannoni con un post del 15 ottobre scorso su Facebook, è uno dei 36 pazienti che hanno ricevuto le infusioni di cellule a Brescia) e la biologa di Stamina Erica Molino, oltre ad altri sanitari. Quanto al ramo torinese dell’inchiesta del procuratore Raffaele Guariniello (che intende anche far luce sulle risorse, pubbliche e private, messe a disposizione di Stamina), tra gli indagati ci sono il presidente di Stamina Vannoni e il pediatra Marino Andolina, un architetto del Politecnico di Torino socio di Vannoni in una società sanmarinese, un dirigente di Ires Piemonte, un neurologo dell’ospedale Valdese di Torino, il presidente e due medici del Poliambulatorio di Carmagnola, l’allora direttore generale del Burlo Garofalo di Trieste e infine Vyacheslav Klimenko e sua moglie Olena Shchegelska, i due russi che avrebbero curato Vannoni in Ucraina e gli avrebbero fatto conoscere la metodica poi adottata da Stamina. Ma, adesso che quasi tutti dicono che il metodo Stamina non funziona, che forse non è nemmeno un metodo, per cui (secondo il comitato di esperti nominato dal ministero e sconfessato dal Tar del Lazio), non si può neanche far partire la sperimentazione e che i pazienti trattati a Brescia non migliorano («i miglioramenti che alcuni dei familiari dei pazienti, nel corso delle cure, avevano creduto di rilevare non sarebbero suffragati dai primi test» hanno detto gli esperti incaricati dalla Procura di Torino), adesso che a difendere la Stamina sembrano rimasti solo i familiari dei malati, è davvero il caso di farsi una domanda: come ha fatto, una terapia osteggiata da tutta la comunità scientifica, ad approdare in uno degli ospedali, dicono le classifiche basate sui dati Agenas, migliori d’Italia? Una parte della risposta è scritta nella relazione di 39 pagine, seguita all’ispezione di Nas e Aifa al Civile, il 23 e 24 maggio 2012. La stessa relazione che aveva portato allo stop delle infusioni di cellule staminali mesenchimali (poi riprese per ordine di giudici del lavoro di vari tribunali d’Italia). Agli ispettori, si legge, Fulvio Porta, direttore dell’oncoematologia pediatrica e coordinatore del progetto di collaborazione con la Stamina, «ha fatto presente di aver avuto contatti con il dottore Luca Merlino, dirigente dei servizi sanitari della Regione Lombardia e che era a conoscenza del fatto che il dottor Marino Andolina (…) aveva trattato pazienti con cellule staminali mesenchimali secondo il protocollo Stamina». Ma Luca Merlino, come fa notare la stessa relazione, è anche il primo dei pazienti trattati a Brescia con la metodica Stamina, come del resto da lui stresso raccontato mesi fa davanti alle telecamere delle «Iene». Dal suo ufficio, nega di aver «spinto» per far aprire le porte del Civile a Vannoni: «In questa vicenda sono stato solo un paziente e come tale vorrei essere trattato, anche sotto il profilo della privacy». Nella relazione post-ispezione si fa però notare che Merlino veniva tenuto al corrente della corrispondenza fra il direttore del Civile (deceduto a fine febbraio 2013) Cornelio Coppini e Carlo Tomino dell’Aifa e che avrebbe anche risposto «ringraziando» a una mail del 5 agosto 2011. «Ricevo 100 o 150 email al giorno — replica Merlino —. Per quel che ne so, quella risposta potrebbe anche averla data la mia segreteria, come formula di cortesia ». La relazione dice però anche che «il laboratorio cellule staminali degli Spedali Civili non aveva la richiesta pregressa esperienza di preparazione di medicinali per terapia cellulare somatica» . Né l’aveva la responsabile del suddetto laboratorio, Arnalda Lanfranchi. Moglie del già citato Fulvio Porta.