Spike Lee fa il cattivo ragazzo «Ma non gioco con la violenza»

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Spike Lee ha 56 anni, è nato in Georgia, figlio di un musicista jazz, si considera un regista documentarista e non ha mai rifiutato la definizione di«Woody Allen nero»: infatti dal 1980 racconta l’America afroamericana, ma non solo, visto che ama dirigere anche commedie e videoclip. Spike Lee è unico, non finisce mai di stupire. Così, proprio ora che il cinema afroamericano affronta l’impegno civile con film come Fruitvale Station, storia vera del giovane Oscar Grant ucciso dalla polizia, 12 Years a Slave e anche The Butler, tutti in corsa per le nomination agli Oscar, lui ha deciso di girare Oldboy (esce in Italia il 5 dicembre) remake dell’omonimo film del regista sudcoreano Park Chan-wook, vincitore del Gran premio speciale della giuria al Festival di Cannes 2004. «Prima di tutto—spiega—è meglio firmare un film che rilegge un’opera significativa che fare serial con effetti speciali ma un po’ ripetitivi. Bisogna ridare vita ai generi cinematografici, Poi, i temi dietro la storia di un uomo dalla vita deragliata, alcolista e tormentato, tenuto segregato per vent’anni e poi liberato tra voglia di vendetta e nuovi misteri, sono attuali per la società consumista e post ideologica del nostro tempo ». Perché la violenza sembra essere diventata oggi un linguaggio per dialogare con il pubblico? «Non gioco con la violenza in Oldboy. Anche se l’odissea, che poi diventa anche una storia di vendetta e di ricerca della propria identità, di Joe Doucett, interpretato da Josh Brolin, colpisce con forza». Alle proiezioni in anteprima diversi spettatori non hanno retto ad alcune sequenze… «Se hanno lasciato la sala vuol dire che ho colpito nel segno parlando di un’anima imprigionata. Ci vuole coraggio per andare a fondo del dramma del protagonista e della sua ricerca di verità. Perché oggi, cercando di vivere in una sorta di cartoon, molti si raccontano bugie mistificando la realtà». Non vive bene nell’America dell’era Obama? «L’America non appartiene ad alcun presidente, ma ai suoi cittadini, alle sue etnie e molto anche agli afroamericani delle post generazioni dei diritti civili conquistati dai negri». Lei non ha paura a usare la parola «negro», sostituita quasi sempre da «afroamericano»? «No. Nel mondo dove i negri e i popoli del Terzo Mondo cercano dignità, rivendico l’essenza di un vocabolo che non è raccontato solo dal rap. Per me “negro” significa ricerca, solidarietà e soprattutto verità». Come racconterebbe «Oldboy» a chi non l’ha visto? «Una moderna tragedia greca che cerca una catarsi nutrendosi, non in modo gratuito, anche di adrenalina». Non le piace il cinema di oggi? «La parola “cinema” non ha più un solo significato. Mi piacciono i video che tanti giovani dirigono, non aspetto il rifacimento di Godzilla, mi stimolano i film che scavano nelle conquiste o nelle perdite delle diverse classi sociali. Perché oggi viviamo ancora e sempre in una società divisa in classi, e per giunta mistificate dal consumismo». Il film è ambientato in un non luogo, una città senza nome… Perché? «Mi considero un autore di cinema e sebbene Oldboy sia stato girato quasi interamente a New Orleans, un luogo che può essere anche molto cupo e misterioso, per me è stata una sfida cercare di suggerire al pubblico senza definirli luoghi e prigioni del nostro vivere ». Come ha scelto esterni e interni di questo copione su quella che lei definisce «la prigionia e la catarsi di un’anima»? «Ci sono nel film riferimenti architettonici. Sono affascinato dall’architettura dietro ogni progetto umano: significa organizzazione del vivere, del quotidiano, del proprio mestiere. Anche il cinema multiforme di oggi è una sorta di architettura antica e postmoderna. E, attenzione, c’è una tv nella stanza del prigioniero: spero che questo particolare dia spunto a diverse riflessioni ». Quali, ad esempio? «Ogni spettatore cercherà le sue risposte. C’è una donna nel film, e volevo come co-protagonista Elizabeth Olsen. La sua Marie Sebastian è infermiera volontaria in un’unità medica mobile: cerca di dare a Joe il senso di quelli che dovrebbero essere i rapporti umani, fatti di compassione e non solo di competitività. È il volto moderno di una nuova generazione di donne americane che sanno prendersi cura degli altri. Il ruolo ha una precisa moralità, una parola oggi quasi priva di importanza per tutti quelli che vogliono essere solo facce da poster».