Serena Mollicone: Il suo Papà lancia un’appello accorato

cv writing service us galway By on 23 dicembre 2013
1247139184338080709_mollicone

http://www.falydelaferiaalrocio.com/essay-writing-services-plagiarism/ essay writing services plagiarism Non ci sarà mai giustizia per Serena. L’assassino di mia figlia è libero da dodici anni e il suo nome è nelle carte. In un fascicolo fermo e impolverato ». C’è rabbia nelle parole di Guglielmo Mollicone. La stessa rabbia e lo stesso dolore di dodici anni fa. Perché Serena scomparve da casa il primo giugno del 2001. Aveva 18 anni. Il suo corpo venne trovato due giorni dopo nel boschetto Fonte Cupa di Arce in località Anitrella, provincia di Frosinone, con un sacchetto in testa e le mani e i piedi legati con nastro adesivo e filo metallico. La bocca e il naso tappati con carta assorbente «Un’esecuzione. Questo sembrava. E questo è stato. Ora stanno indagando fra i tossicodipendenti conosciuti da mia figlia durante il volontariato. Tre sono i ragazzi sospettati e tutti e tre sono morti di overdose ». Morti, quindi. Anche loro. Come il brigadiere dei carabinieri Santino Tuzzi, ritrovato l’il aprile del 2008 nelle campagne di Arce, alPintemo della sua auto, ucciso da un colpo di pistola al petto. Per vent’anni aveva prestato servizio ad Arce e da soli quattro mesi era stato trasferito nella vicina Fontana Liri. Una morte archiviata come suicidio. «Lo ricordo bene», riprende il signor Mollicone. «Una persona seria, corretta. Indagò sull’omicidio di mia figlia. È stato costretto a obbedire a chi era sopra di lui. Non aveva alcun motivo per suicidarsi». E di omicidio per la morte di Santino Tuzzi ha parlato anche un amico e collega del brigadiere. Secondo le sue prime dichiarazioni, poi ritrattate, Tuzzi sarebbe stato ucciso “perché conosceva il nome dell’assassino di Serena”. Per lo stesso motivo un altro militare venne trasferito subito dopo il delitto della 18enne di Arce. «Anche quel militare sapeva», continua Guglielmo Mollicone, «era in servizio con Tuzzi quando Serena fu uccisa. Tra l’altro abitava nell’appartamento attiguo »alla caserma». Proprio pochi giorni prima di morire, Tuzzi aveva dichiarato ai magistrati che l’I giugno 2001, alle 11.30, ovvero il giorno in cui sparì, Serena si era recata alla caserma dei carabinieri. Invece di entrare negli uffici, però, fu fatta salire all’ultimo piano, dove si trovava l’appartamento del maresciallo Mottola. La ragazza voleva denunciare Marco Mottola, il figlio del maresciallo, per spaccio di droga. Così testimoniò Tuzzi, il quale lavorò lì fino alle 14. E non la vide scendere. La morte del brigadiere è quindi collegata all’omicidio di Serena Mollicone? Il 27 giugno 2011, tre anni dopo quel suicidio, sul registro degli indagati per la morte della 18enne di Arce finirono l’ex maresciallo dei carabinieri Franco Mottola, la moglie Maria e il figlio Marco, un altro carabiniere, Francesco Suprano, l’allora fidanzato di Serena, Michele Fioretti, e la madre del giovane, Rosina Partigianoni. Il loro Dna fu confrontato con le tracce trovate sugli indumenti di Serena, sullo scotch e sul filo di ferro usato per legame il corpo. Gli accertamenti, però, scagionarono i sei indagati. Servì un processo, invece, per l’uscita di scena del carrozziere Carmine Belli. Questo 47enne di Arce fu trovato in possesso di un biglietto scritto dalla ragazza e per questo finì in manette il 6 febbraio del 2003. Per lui l’accusa di omicidio crollò miseramente due anni dopo: Carmine Belli fu assolto in tutti e tre i gradi di giudizio e rimandato a casa dopo 17 mesi di carcere. «A distanza di 13 anni», ci dice ancora il papà di Serena, «indagano sugli amici di Serena. Hanno chiesto una proroga… Stanno verificando i Dna prelevati ai familiari dei tre ragazzi morti per overdose. E non so ancora come finirà. So però che mia figlia non c’è più. E che da tredici anni io e Consuelo, la sorella di Serena, chiediamo giustizia». Giustizia e verità per una storia fin da subito apparsa fitta di misteri. Il primo riguarda il cellulare di Serena: la ragazza avrebbe’ dovuto averlo con sé, ma una settimana dopo suo padre lo trovò in un cassetto della scrivania, nella stanza della figlia. «Quel cellulare che nessuno riusciva a trovare. È stato lasciato nel cassetto durante la veglia funebre. Un mio parente lo portò in caserma la mattina stessa dei funerali. Aspettarono che io fossi in chiesa, davanti alla bara bianca di Serena, per convocarmi in caserma senza alcun motivo, solo per una firma. Chi ordinò di prelevarmi? Perché?». Guglielmo Mollicone in quei giorni venne interrogato, intercettato. Sospettato. «Solo depistaggi», commenta ora, «si doveva indagare su qualcun altro, su quel pacchetto di sigarette che mia figlia comprò quella mattina in tabaccheria, davanti alla stazione dei pullman, quando Carmine Belli la vide. Serena non fumava, eppure prese delle Marlboro light. Carmine dovrebbe dire chi c’era con mia figlia». Nello stesso cassetto, dieci giorni dopo ancora, venne trovata una bustina contenente hashish. «La verità è che ci fu qualcuno che sviò le indagini». Dopo tredici anni l’unico (iato certo è il modo in cui vennero legati i piedi e le mani della giovane, con del filo di ferro. Una tecnica usata dagli esperti di botanica. Che si aggiunge alle tracce di Dna e alle impronte trovate sui sedici metri di nastro adesivo usato per stringere le mani e i piedi della 18enne di Arce. Da questo sono ripartiti gli inquirenti per far luce sulla morte di Serena Mollicone, puntando sulla cerchia delle amicizie e delle conoscenze della ragazza. Il gip potrebbe decidere di accordare altro tempo per nuove indagini, ma potrebbe anche decidere di archiviare il caso. «Devono dare un nome all’assassino di mia figlia. Hanno il dovere di continuare a cercare la verità», conclude papà Mollicone.

http://www.orizzontionlus.it/start-an-event-planning-business/