Scontro su Mps, l’accusa di Profumo

A meno di improbabili colpi di scena, questa mattina la Fondazione Mps, primo socio al 33,5%, si presenterà all’assemblea della banca senese per bocciare la partenza a gennaio dell’aumento di capitale da 3 miliardi proposto dal presidente Alessandro Profumo, votando contestualmente la sua proposta di aumento a fine maggio. Sarebbe stato difficile immaginare fino a poco tempo fa una contrapposizione più netta tra l’istituto — che necessita di quei capitali per ripagare i 4 miliardi di aiuti di Stato (Monti bond) — e l’ente di Palazzo Sansedoni presieduto da Antonella Mansi, che deve guadagnare mesi preziosi per trovare uno-due partner cui vendere buona parte del suo 33,5% di Mps per ottenere sia i 340 milioni necessari a ripagare i debiti, sia ad avere un cuscinetto finanziario che “metta in sicurezza” l’ente e non può dunque votare per un’operazione che equivale al suo suicidio patrimoniale. Che cosa succederà dopo il voto è ancora uno scenario aperto, anche se le conseguenze possono essere «gravi», come ha ribadito il presidente nella lettera agli azionisti e nelle risposte ad alcuni quesiti presentati dalla Fondazione. Potrebbero arrivare intanto le dimissioni di Profumo, dell’amministratore delegato, Fabrizio Viola, o di altri amministratori; ma soprattutto potrebbe scatenarsi un fronte legale sulla delibera dell’assemblea, che il consiglio di amministrazione potrebbe impugnare. Questo è uno degli esiti previsti dal parere richiesto dal board al professor Piergaetano Marchetti, che ha evidenziato un conflitto di interessi nella proposta della Fondazione Mps. Il parere, reso pubblico ieri, spiega come la proposta di Palazzo Sansedoni «aggravi il rischio di successo dell’operazione, faccia perdere una fondata chance di successo, esponga addirittura al rischio di insuccesso» e inoltre comporti maggiori costi e minori risparmi per la banca: ad oggi l’aumento di capitale costa 130- 150 milioni. C’è di più: se passasse la delibera della Fondazione, «viziata da conflitto di interessi o, comunque, dannosa» — avverte Marchetti — gli amministratori «non potranno che reagire (a parte ogni altra loro determinazione) giungendo anche alla determinazione di impugnare la delibera », anche se «il rimedio ben poco potrà, dati i tempi in gioco». La posta in gioco, sottolineano da sempre Profumo e Viola, è la nazionalizzazione della banca, più probabile in caso di rinvio dell’aumento. Dalle nuove carte per l’assemblea depositate su richiesta della Consob si capisce meglio quanto forte sia tale rischio: in caso di pagamento dei 329 milioni di interessi sui Monti bond in azioni, al prezzo attuale (e in ripresa) di 0,1768 euro, il Tesoro si ritroverebbe in mano a luglio 2014 oltre il 16% di Mps. E più il titolo scende, più la quota del Tesoro aumenta: secondo una simulazione della stessa banca, se l’azione fosse a 0,10 euro, al Tesoro andrebbe il 28,2% del capitale. Rocca Salimbeni in realtà punta a pagare gli interessi con nuovi Monti bond; ma per farlo serve prima l’aumento di capitale. Insomma, è un circolo vizioso. Per di più — ha confermato la banca — non esistono trattative con le dieci banche del consorzio di garanzia guidato da Ubs per estenderne il termine, ora fissato al 31 gennaio 2014: dunque, si navigherebbe al buio. Le conseguenze sarebbero ancora più pesanti nei confronti della Commissione europea, che peraltro — emerge per la prima volta—invierà un «fiduciario indipendente (monitoring trustee) » per monitorare «su base continuativa» l’applicazione del piano di ristrutturazione. E se il piano non andrà avanti, la banca rischia perfino di essere sottoposta alle nuove regole Ue sui salvataggi bancari, che potranno colpire anche obbligazionisti e finanche i depositanti. L’assemblea di questa mattina —se sarà raggiunto il quorum— si annuncia dunque combattuta come non mai. Neppure l’ipotesi di far rilevare alle Fondazioni Cariplo, Cariverona e Compagnia di Sanpaolo parte di azioni della Fondazione Mps scambiandole con azioni di Intesa Sanpaolo e Unicredit e poi nel coinvolgere il fondo di Abu Dhabi, Aabar, (già primo azionista di Unicredit) nel sottoscrivere l’aumento di Mps si è concretizzata, nonostante la spinta del ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni.