Schumacher: «La buona notizia suMichael è che non ci sono novità»

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«Un po’ meno preoccupati»,maper nulla tranquilli: nell’enigmatico linguaggio medico questo è il massimo che gli specialisti dell’Ospedale Nord di Grenoble si sono sentiti di concedere nell’ultimo bollettino medico sulle condizioni di Michael Schumacher, il più grande campione di Formula Uno dei tempi moderni, in coma da domenica scorsa dopo una spaventosa caduta sulle piste da sci di Méribel, in Savoia. La procura di Albertville, che ha aperto un’inchiesta, vuole verificare perché non era stato segnalato il pericolo nell’intersezione tra le due piste dove è avvenuto l’incidente. Con il passare delle ore, l’assenza di nuovi comunicati è la migliore notizia possibile, come ha spiegato ieri mattina, sulla porta dell’ospedale, Sabine Kehm, portavoce del pilota per 14 anni, ma ora – di fatto – una componente della famiglia. Oggi, forse, ripeterà la stessa informazione: la situazione è stabile. Ma sempre critica. La pressione intracranica, il maggior timore dei neurochirurghi, non è aumentata. Il secondo intervento, deciso la sera di lunedì, per asportare un grosso ematoma sul lato sinistro del cervello, è andato bene. Bene, rispetto a come avrebbe potuto concludersi un’altra operazione a poco meno di 36 ore dalla prima. Ma il professor Emmanuel Gay, capo del servizio di neurochirurgia dell’ospedale, non ha nascosto che ci sono molti altri ematomi a sbarrare la via all’ottimismo: «Ovunque. A destra, a sinistra, al centro del cervello». Quello che è stato asportato era il più accessibile; e una «finestra » di miglioramento generale, rivelata allo scanner, aveva convinto i medici a passare all’azione. La famiglia ha dato il suo consenso. È una grande famiglia quella che ha circondato Michael, che compirà domani 45 anni. Erano tutti lì anche nella notte di Capodanno. Senza interruzione. Senza mai mostrarsi all’esercito di giornalisti, fotografi, cameramen che circondano 24 ore su 24 l’ospedale. Salvo Jean Todt, arrivato con la moglie a Grenoble la mattina dell’ultimo giorno dell’anno, dopo un viaggio affannoso di quasi 20 ore dal sud est asiatico. Presidente della Federazione Internazionale dell’Automobile ma, soprattutto, ex direttore sportivo della Ferrari e mentore del sette volte campione del mondo, Todt aveva gli occhi di un padre angosciato. Il professor Jean-François Payen, direttore del reparto rianimazione, al quinto piano dell’ospedale, aspettava Todt per introdurlo nella stanza di Schumi, ancora mantenuto artificialmente in coma e in terapia ipotermica, cioè a una temperatura corporea tra i 34 e i 35 gradi, per aiutare il cervello a riprendersi. Sono troppe le domande che non si possono fare, né ai luminari, né a Sabine, né a chi esce, trattenendo le lacrime, da quella camera. Meno di tutte la questione che tormenta tutti: «Se si salva, tornerà quello di prima?». I medici s’infuriano: «Vi possiamo dire quello che succede, non quello che succederà. Ci rifiutiamo di fare previsioni. Sarebbe un pronostico stupido». Poi si calmano: «Non possiamo dire: abbiamo vinto. È ancora presto per dire che è fuori pericolo. C’è stato un miglioramento nelle ultime 24 ore. Ma in rianimazione la situazione può capovolgersi stasera o domani». Sentono la pressione dei media, dell’opinione pubblica: «Quando ci capita un personaggio importante, il modo migliore per curarlo – dicono – è curarlo come tutti gli altri. Non dobbiamo cambiare la nostra routine. Lasciateci lavorare». Schumacher è nelle loro mani, in un reparto considerato tra i migliori di Francia e di Europa in campo neurologico. Escluso per ora un trasferimento in Germania. «Lassù qualcuno sta aiutando Michael» ha garantito Niki Lauda alla stampa tedesca. Quaggiù pregano per lui i tifosi, come Roberto, che ha guidato da Reggio Emilia a Grenoble la sera di San Silvestro per stare il più vicino possibile al suo eroe.