Scarlett l’invisibile: basta solo la voce per sedurre sul set

order authors research paper By on 11 novembre 2013
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enter A Scarlett Johansson basta la voce per sedurre, una voce «in carne e ossa». La diva invisibile di Her ruba la scena a Joaquin Phoenix. Nell’unico giorno (in condominio con Hunger Games) di Hollywood al Festival, la star diserta la conferenza stampa, in serata va direttamente sul tappeto rosso e dice: «Recitare solo con la voce è stato liberatorio, non hai la responsabilità del tuo corpo. Potevo andare a lavorare in pigiama». Invisibile con i giornalisti e sul set, visto che nel film di Spike Jonze (in gara e molto applaudito, eguale accoglienza ha avuto al Festival di New York) non appare mai; presta soltanto la sua voce roca, infantile, sensuale, in una vibrante performance virtuale: sarà dura per la doppiatrice italiana. Joaquin Phoenix, con inediti baffi e occhiali, recita per quasi tutto il tempo con l’auricolare, vivendo una autentica relazione amorosa col suo computer. In una Los Angeles prossima ventura, incontriamo Theodore (Phoenix) che si guadagna da vivere scrivendo lettere «personali» per gli altri, e acquista un sistema informatico in grado di soddisfare qualunque esigenza dell’utente. Samantha, il nome della voce del «sistema operativo», «è» Scarlett Johansson, che dice: «Sto andando molto oltre quello per cui mi avevano programmata». Quella voce determina sentimenti, proietta Joaquin in un imprevisto altrove emotivo, e di quella creatura che non è legata al tempo o allo spazio e che può essere ovunque contemporaneamente ne immagina il corpo, se ne innamora. Ma la tecnologia non conosce gli amori esclusivi, meglio litigare con i propri fantasmi familiari… Joaquin Phoenix ha interagito con Scarlett «solo durante la post-produzione, in uno studio di registrazione». L’attore, che alla Mostra di Venezia abbandonò l’incontro per una sciocchezza, è allergico a parlare. Alle prime domande sbotta: «Non ce la faccio». Gli chiedono qualcosa del cinema italiano, si limita a scuotere la testa. È una delle prime volte che non interpreta un ruolo estremo, «ma non c’è stato niente di consueto in questo film, ecco perché è un’esperienza straordinaria ». Il regista, che all’anagrafe si chiama Adam Spiegel ed è un ex campione di skateboard, dice che Samantha «è progettata come un sistema intuitivo che ti ascolta, capisce e conosce. Ed è questo che colpisce il protagonista che, come tanti di noi, ha bisogno di relazioni e di amore». Soprattutto dopo aver divorziato da Rooney Mara (era nel remake Usa di Millennium-Uomini che odiano le donne): «Ci ho messo un po’ per convincere il regista, riteneva che fossi troppo giovane per quel ruolo». «Non è una storia sulla tecnologia—dice Spike Jonze— ma sulle relazioni umane, le fragilità, le paure, e su quanto l’iperrealtà del computer corroda la nostra solitudine e condizioni la vita quotidiana. Theodore non sa gestire le sue emozioni reali, mentre la donna software gli confida: «Hai scoperto la mia volontà di volere». Non si era mai sentito un software che ti chiede: «Cosa c’è che non va?». Il regista non ha risposte in tasca sui quesiti «esistenziali» che butta sul tavolo: «Sono io stesso confuso. Non do giudizi, ho cercato di vedere le cose da ogni punto di vista senza prendere posizione». Tutto il film è immerso nel rosso, le scenografie, gli abiti, rossastra è la tinta dei capelli di Phoenix. Il colore della passione, l’amore al tempo della dittatura di Internet.

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