Sardegna: Viaggio lungo le strade invase dal fango nel paese che vive con l’incubo della diga

custom history dissertation service jetzt By on 20 novembre 2013
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http://www.townandcountryinteriors.com/custom-writing-in-sand/ L’aereo vira per l’atterraggio e si vede il mare color fango, i pescherecci in movimento che tagliano l’acqua e riportano a galla un po’ del verde smeraldo di sempre. Le loro scie, assieme a qualche raggio di sole, sono pennellate di colore nel quadro scuro del Golfo Aranci. Olbia ha pagato il prezzo umano più alto per questi due giorni d’acqua come non se n’era mai vista. E adesso sembra una città con due facce. Da una parte le zone più devastate dal ciclone Cleopatra: file di lampeggianti accesi, carcasse di automobili ai bordi delle strade, fango ovunque, gente che prova a ripulire case, negozi, cantine, uomini in divisa che si agitano per tenere a bada un traffico ingovernabile e cercano di aiutare tutti. E poi c’è l’altra città, quella delle strade deserte e silenziose con le macchine che si muovono lente e sembrano imprigionate in una specie di labirinto. Ci sono così tante strade e stradine chiuse che anche la gente del luogo sembra non sapere bene come attraversare il centro, aggirare un ponte crollato o andare oltre il groviglio delle piante finite in mezzo a una carreggiata. Per allontanarsi dall’aeroporto e puntare in direzione sud, verso la Barbagia o il Campidano, ci vuole più di mezz’ora, la maggior parte passata a tornare indietro per via di un ponticello abbattuto dalla furia dell’acqua o perché la polizia, i carabinieri o i vigili del fuoco sbarrano il passaggio: «Qui è impossibile, c’è una voragine», «La strada è chiusa per un crollo, deve passare dall’altra parte…». Quando finalmente l’auto corre sulla statale che porta verso Nuoro, la pioggia ricomincia a battere sui vetri. E per i pochi chilometri che separano Olbia dalla Baronia serve il doppio del tempo che occorre di solito. Torpè compare all’orizzonte quando sono le tre del pomeriggio. In Comune è stato allestito un centro per coordinare l’emergenza e per gestire la pre-allerta che significa in sostanza tenere sotto controllo costante la diga Maccheronis, ottanta milioni di metri cubi d’acqua tenuti a monte da una muraglia sulla quale si fanno verifiche statiche ininterrotte da 48 ore. Lunedì pomeriggio la pressione dell’acqua ha sbriciolato parte dell’avandiga (una paratia provvisoria), «ed è venuto giù del materiale, ma la situazione non è critica» valuta Roberto Lancedda, ingegnere dei vigili del fuoco. Vai a spiegarlo alle centinaia di persone che ieri mattina si sono mosse tutte assieme in preda al panico… Qualcuno ha lanciato un allarme inesistente. «Via, tutti via, sta venendo giù la diga». E le strade sono diventate un unico ingorgo, con gente che piangeva e bussava alle porte per avvisare gli altri della catastrofe imminente. C’è voluto il parroco per riportare la quiete, con un megafono dall’alto del campanile: «Tornate a casa, è tutto sotto controllo. Non è vero che la diga sta venendo giù». Il telefono del Comune squilla in continuazione. C’è chi chiama per offrire cibo, vestiti, coperte. Chi mette a disposizione la propia casa di vacanza per eventuali sfollati, chi si offre di aiutare a sgomberare una casa, una cantina, un garage. Nelle abitazioni sotto la diga — ed è una scoperta del pomeriggio —ci sono allevatori che chiedono di tornare in Paese. Erano cinque delle persone che all’inizio erano state date per disperse, tornano tutti ad esclusione di un uomo che non ne vuole sapere. Lui resta lì, ai piedi della strada che porta verso la Maccheronis. Le ricetrasmittenti dei soccorritori gracchiano ininterrottamente. Annunciano smottamenti perché il terreno non riesce più ad assorbire acqua, famiglie evacuate dalle parti di Galtellì (Bassa Baronia), e il solito elenco di strade da non imboccare per raggiungere i paesini interni. Per esempio Bitti, 545 metri sul livello del mare e una lunga e tortuosa stradina di montagna per arrivarci senza incappare in nessun ostacolo. La piazza principale è transennata con il nastro bianco e rosso rimasto lì da lunedì «quando non assomigliava nemmeno più a una piazza perché era un tutt’uno con la strada» dice Giovanni Demontis. Al bar raccontano tutti del povero Giovanni, uno del paese che lunedì pomeriggio, quando ha visto la piena arrivare, è salito sul tetto di casa assieme a suo figlio: «È arrivata l’onda grossa e ha buttato giù tutto, la casa gli è sparita sotto i piedi e il figlio l’ha visto scomparire fra acqua e macerie». È ufficialmente disperso. Sono le cinque, è già buio. Dicono tutti che a Onanì, pochi chilometri da Bitti, non si arriva. Nessuno sa bene se davvero sia così ma non è il caso di rischiare. L’auto si avvia verso Lula, paesetto che sarebbe possibile raggiungere in pochi minuti ma non adesso. Ora richiede la pazienza di tre quarti d’ora di curve di una vecchia strada che attraversa alture fra piccoli smottamenti e improvvisi cumuli di fango. «I danni li vedete dal livello dell’acqua sul muro » racconta Domenico Canu «e poi lì», indica un negozio di casalinghi e cartoleria. Il marito della proprietaria, Antonio Farris, mostra un muro crollato, lo scantinato ormai vuoto e un camioncino pieno di merce da ripulire dal fango. Ci sono anche le corone dorate per le tavole di Natale. Forse per allora i muri saranno asciutti, i segni dell’acqua scomparsi.

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