Sarah Scazzi: Il caso non finisce mai, Michele vuole una perizia Psichiatrica

Michele Misseri piange. Lo fa spesso. Lo ha fatto quando sua nipote Sarah Scazzi era scomparsa. Lo ha fatto quando ha confessato. Lo ha fatto pure quando ha ritrattato e accusato la figlia. E lo ha fatto non appena ha ripreso ad autoaccusarsi. Ma stavolta piange miseria: «Non ho i soldi per andare avanti, sono costretto a fare sciopero della fame perchè il denaro che ho in banca, quello della disoccupazione, è bloccato. Ho l’obbligo di dimora e non posso nemmeno andare a Manduria, a due chilometri da casa mia, per lavorare, perché è necessaria la carta del giudice». Così ha detto in un’intervista, lamentandosi che la figlia Sabrina e la moglie Cosima Serrano non hanno mai risposto alle 400 lettere che ha spedito loro in carcere. «Nessuno parla con me, sono diventato il fantasma di Avetrana. Non ho più nessuno, nemmeno i miei parenti». Strano. Nella sentenza di sarah-scazziprimo grado Misseri è stato condannato a otto anni per soppressione di cadavere. Moglie e figlia hanno preso l’ergastolo per l’omicidio di Sarah, strangolata e gettata in un pozzo nelle campagne del paese. Seguono altre condanne minori in un processo enorme, di cui qualcuno non vedrà mai la fine. Cosimo Cosma, 46 anni, ad esempio, altro nipote di Misseri, è morto in aprile: era stato condannato a sei anni per aver aiutato lo zio a liberarsi del cadavere. Mentre tutti si preparano al processo d’appello, la Procura di Taranto ha notificato la chiusura di fine indagini al fioraio Giovanni Buccolieri, accusato di false dichiarazioni al pm: era l’uomo che prima disse di aver visto Cosima e Sabrina rincorrere per strada Sarah per poi costringerla a salire sulla loro auto e che, successivamente, ritrattò tutto sostenendo che si era trattato di un sogno. La ragazza sparita nel pozzo Eppure il 6 ottobre 2010 tutto sembrava chiaro. Quella sera il contadino Michele Misseri risponde agli inquirenti in modo vago. Stanno cercando sua nipote da fine agosto. E Avetrana è ormai nota in tutta Italia. Da quaranta giorni i cronisti sono assiepati nel piccolo comune pugliese. Ovunque campeggia la foto di Sarah Scazzi, 15 anni, svanita improvvisamente nel nulla il 26 agosto 2010. Una storia strana, consumatasi in poche centinaia di metri: doveva andare dalla cugina Sabrina Misseri per farsi poi una nuotata al mare. Ma, uscita dalla sua casa di via Deledda alle 14.30, sembra non sia mai arrivata. È stata proprio lei, Sabrina, a dare l’allarme. L’hanno cercata invano dappertutto. Hanno ascoltato possibili testimoni, parenti, amici. Alla ricerca di un motivo qualsiasi che ne giustificasse la scomparsa. Ma non si è trovato niente. Si è così favoleggiato di una fuga romantica, come spesso accade quando non si arriva a una soluzione logica. Un mese di fantasie e illazioni. Non sono serviti appelli e articoli di giornali, trasmissioni Tv e radiofoniche. E video amatoriali della bionda e sorridente ragazzina alle feste, in casa, in famiglia, per farla riconoscere. Il caso pareva destinato a chiudersi nel buio fitto. Invece, all’improvviso, Michele Misseri, padre di Sabrina e zio di Sarah, ha detto di aver ritrovato il telefonino mezzo bruciato della nipote nel suo campo. Un telefonino che però non poteva essere lì. La sera del 6 ottobre 2010, dunque, gli inquirenti continuano a chiederglielo: come ci è finito quel cellulare nel suo campo? Sono ore che cincischia. E mentre risponde, la mamma di Sarah, Concetta Serrano, è proprio in casa sua, di Michele, in collegamento con la trasmissione Chi l’ha visto?. Ed è qui, in maniera scioccante, che apprende che Michele ha appena confessato: in preda a un raptus avrebbe strangolato la nipote in garage dopo averla violentata. Sta già accompagnando le forze dell’ordine dove l’ha sepolta. La trovano nella notte tra il 6 e il 7: Sarah è in fondo ad un pozzo, in contrada Mosca, nelle campagne di Avetrana. Si grida all’orco. La verità pare evidente: confessione, riscontri nel ritrovamento del cadavere, i tasselli del puzzle ci sono tutti. Nessuno ancora immagina che la confessione di Misseri è solo la prima di una lunga serie di diverse versioni dei fatti – presto saranno sette – che finiscono per scagionare se stesso dal delitto e portare in prigione sua figlia Sabrina e sua moglie Cosima Serrano. Difficile ricostruire tutta la verità Caso chiuso? No, perché inizia una terza fase: in cella, l’agricoltore scrive infatti lunghe lettere con cui toma ad autoaccusarsi. Ma i magistrati non gli credono più: sui giornali appare il ritratto di un uomo succube delle donne di famiglia, che dormiva su una sedia a sdraio e mangiava gli avanzi di casa. La Procura ritiene che Sarah sia stata uccisa per gelosia da Sabrina perché entrambe invaghite dallo stesso ragazzo, Ivano Russo. C’è una testimoniala che porterebbe in questa direzione, quella di Mariangela Spagnoletti, l’amica che con Sabrina e Sarah doveva andare al mare quel 26 agosto. Misseri viene scarcerato e grida alla propria colpevolezza, annuncia memoriali, allestisce un altarino per la nipote. E parla a tutte le Tv. Come aveva fatto Sabrina dopo il suo arresto. Come aveva fatto Cosima, quando era stata descritta come la padrona di casa che lo maltrattava. L’inchiesta frattanto si allarga a macchia d’olio, si arriva a indagare, con le accuse più di verse, fino a 15 persone (nove verranno rinviate a giudizio). Alla fine del primo grado madre e figlia prendono l’ergastolo. E Misseri insiste: «Io sono il colpevole. Questa è la verità». Annuncia che in appello chiederà la perizia psichiatrica: «Quel buco nero di cui hanno parlato, quel giorno io l’avevo in testa. Ho chiesto una perizia psichiatrica, ma non mi è stata concessa. Non ricordo come sia successo, quando ho messo la corda. Sarah non mi aveva fatto niente. Perché l’ho uccisa? Nel prossimo grado di giudizio chiederò ancora una perizia psichiatrica: voglio sapere quel che ho in testa». Chi lo sa. Dove stia la verità in questa storia, probabilmente, non lo sapremo più.