Salvo Sottile: “Per scoprire gli assassini non basta solo la prova del DNA”

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La notizia in apparenza confortante? Nel 2012, in Italia, ci sono stati “solo” 526 omicidi: il minimo storico negli ultimi quarantanni, secondo il rapporto Eures-Ansa. Quella cattiva? Un delitto su due resta impunito. Ciò non attenua l’attenzione della gente per le indagini e per i processi, che non di rado ribaltano certezze e sentenze, riportando i casi al punto di partenza. Molte persone hanno per la cronaca nera una vera passione, che li porta a seguire le inchieste e gli scoop di riviste come Giallo o di programmi come Linea gialla, condotto da Salvo Sottile su La7: ripartirà martedì 14 gennaio, alle 21.10, dopo la pausa natalizia. Proprio al giornalista siciliano Nuovo chiede di fare il punto sui delitti irrisolti che terranno banco nel 2014. «Scarsi indizi contro Sabrina e Cosima» Sottile, qual è il primo caso per il quale è lecito attendersi novità quest’anno? «Quello sulla scomparsa di Roberta Ragusa vicino a Pisa, due anni fa. Io mi aspetto l’archiviazione per il marito, Antonio Logli». Perché si chiuderà il caso? «Lui è indagato per omicidio volontario e occultamento di cadavere, ma a suo carico non hanno trovato nulla. Fino a prova contraria, è una donna di cui non si trova il corpo». E gli altri casi più caldi? «Ci sono scadenze importanti: il processo d’appello per l’omicidio di Sarah Scazzi e il giudizio della Cassazione su Salvatore Parolisi per l’omicidio di Melania Rea. E poi c’è il caso di Garlasco: la Suprema Corte ha deciso che va rifatto il processo d’appello, rivalutando gli indizi considerati a carico di Alberto Stasi». Come finirà il processo per la morte di Sarah Scazzi? «Potrebbe succedere che Sabrina Misseri, la cugina di Sarah, e sua madre Cosima Serrano, condannate all’ergastolo, escano di prigione. Perché non c’è niente contro di loro». Su quali presupposti verrebbero liberate? «E un processo indiziario. Le tengono dentro per una serie di indizi che, messi insieme, potrebbero avere valore di prova. In realtà, non ci sono prove contro di loro. C’è un movente ricostruito dai magistrati sulla base di deduzioni: Sabrina avrebbe ucciso Sarah perché gelosa di Ivano, un ragazzo di Avetrana. Ma manca l’arma del delitto e soprattutto il peggior nemico delle indagini è il tempo: il corpo di Sarah è stato recuperato nell’acqua, che ha cancellato ogni traccia dell’assassino». Un fioraio ha detto di aver visto Cosima inseguire Sarah e farla salire su un’auto… «Sì, ma dopo ha detto che l’aveva visto in un sogno, dunque è una testimonianza facilmente smontabile da parte degli avvocati difensori. E in più assistiamo a un caso clamoroso, più unico che raro: un uomo che dice di essere l’assassino ed è fuori. Cioè Michele Misseri, il marito di Cosima. Se non emergeranno prove schiaccianti, lei e Sabrina saranno liberate». Veniamo a Parolisi, condannato in appello a 30 anni. Le prove sembra che ci siano. «Sì, qui l’impianto accusatorio è molto più consistente, per varie ragioni: la prima è che sua moglie Melania non poteva finire a Ripe di Civitella, il luogo del delitto, dove il caporal maggiore Parolisi faceva addestramento, se non con lui. E anche il modo in cui è stato trovato il corpo, con i pantaloni abbassati, fa capire che Parolisi è l’assassino: lei non si sarebbe svestita in questo modo prima di essere ammazzata. Ci sono poi testimonianze e riscontri. Per esempio, nel parco in cui lui dice di essere arrivato con la moglie, Parolisi ci è andato da solo con la figlia: nessuno ha mai visto Melania con loro». Per un delitto che potrebbe essere risolto, ce n’è un altro dove la verità è sembrata più volte a un passo, per poi svanire: Tassassimo di Yara. «Yara rischia di non avere giustizia. Ci sono due piste. Quella del cantiere di Mapello, dove si sono subito indirizzate le indagini e dove oggi c’è un centro commerciale, che ha cancellato ogni traccia. E quella del dna, col cosiddetto “ignoto 1” che sarebbe il figlio illegittimo di un autista di pullman di Gorno: per ora non ha portato da nessuna parte. La Procura di Bergamo ha speso milioni di euro per mappare il dna degli abitanti in diversi paesi, senza alcun risultato. È probabile che chi ha ucciso Yara sia qualcuno arrivato lì per caso, magari un operaio stagionale che lavorava in nero. A questo punto, non lo potranno mai beccare, perché è passato troppo tempo». «Guede sa tutto sul rebus di Perugia» E le recenti preoccupazioni della mamma di Yara? «Vede che le indagini sono al capolinea e chiede aiuto perché su Yara non cada il silenzio». Il figlio illegittimo dell’autista esiste… «Sì, ma come lo trovi? Bene che vada, ha il cognome della madre. E poi sul corpo di Yara è stato trovato il dna di questo uomo. Ma può essere uno che, uscito dalla vicina discoteca, ha fatto lì, per caso, la pipì. Senza essere colui che l’ha uccisa». Il dna, però, sembra determinante nelle indagini sui delitti di Garlasco e di Perugia. «Il destino della Knox e di Sollecito non è legato al dna o alle indagini scientifiche, anche perché c’è stata una contaminazione delle prove. Piuttosto direi che è legato a Guede, l’unico che può risolvere questo rebus: era certamente sulla scena del crimine, ma i suoi avvocati gli hanno consigliato di non parlare e dunque lui non dirà mai la verità. Il dna di Amanda trovato sul coltello in casa di Sollecito non dimostra nulla, se non che lei lo abbia maneggiato. Come è normale che avvenga in una cucina. Ciò non significa che sia l’assassina». Guede è stato condannato a 16 anni per omicidio in concorso con altri. Perché non fa i nomi dei complici? «Magari protegge qualcuno». E sul fronte di Garlasco? «Servono prove. Anche qui la scena del crimine è stata alterata; pare, addirittura, che un gatto sia stato lasciato nella casa. Il dna di Chiara sulla bici di Alberto Stasi non significa nulla. E non si capisce come Alberto, camminando sulla scena del crimine, non abbia lasciato tracce. O si è cambiato o non è stato lui a ucciderla». Si riparla di Lidia Macchi, la scout ventenne uccisa nel 1987 in un bosco del Varesotto. Il colpevole potrebbe essere l’uomo che ha ucciso una pensionata quattro anni fa. Sarà il dna a incastrarlo? «Può fare la differenza. Ma, per colpa delle risorse insufficienti, le nostre polizie non si sono attrezzate per catalogare i dna. Serve una banca dati delle vittime e anche dei potenziali assassini, in modo da poter utilizzare il dna anche dopo moltissimo tempo. Si scoprirebbe la verità su tanti casi destinati a restare irrisolti. Invece siamo indietro di vent’anni». Oggi, nelle indagini, si confida troppo nel dna? «Trent’anni fa si cercava di incastrare l’assassino indagando in modo corretto, valutando le testimonianze e cercando le prove. Oggi o parla qualcuno o si trova il dna. Così molti casi si trascinano per anni. Non ricordo un solo caso di omicidio risolto in tempi brevi. Tutto gira attorno al dilemma del dna. Aiuta a risolvere un caso di omicidio? No, quasi mai!».