Robin Williams: Alcol e droghe, la vita appesa a quella cintura

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Emiliano Liuzzi Imotivi, se giri l’angolo, ci sono sempre. Spesso, e molto banalmente, li traduciamo nella maledizione del successo. Vero, almeno in parte. Ma più di ogni altra cosa è la maschera dell’attore che si incrocia con quella della persona e il non riuscire a distinguere l’uno dall’al – tro. Robin Williams si è suicidato nella sua casa di Tiburon, Baia di San Francisco, l’altra mattina. La sua assistente – la moglie non era a casa dal giorno prima – lo ha trovato alle 11.55. Alle 12.02, arrivati i soccorsi, è stato dichiarato morto. Non ha lasciato nessun biglietto. Solo un ultimo tweet, per la figlia, 12 giorni fa. E la figlia ieri gli ha risposto, sempre via Twitter: “Papà ti voglio bene, mi mancherai, cercherò di guardare lassù”. Ieri, il mondo, si è accorto di quello che aveva perso: un genio, funambolo, l’uomo che ha cambiato anche il modo di fare tv, come scrive il New York Times, ma che in vita è stato relegato nella categoria dei sottovalutati. Non ordinario, imprervedibile. Senza controllo.

CatturaPER ROBIN Williams – come per i suoi amici John Belushi e Seymour Hoffman – la prima maledizione è stata la droga, intesa come cocaina, ma anche alcol. Al punto da non riuscire a disintossicarsi, soprattutto dalla bottiglia. La sua vita è stata un alzarsi e ricaderci. A questi problemi vanno aggiunti quelli economici, come ha raccontato un amico al New York Post: “Era depresso e aveva problemi di soldi, non riusciva a parlare d’altro. I divorzi lo avevano prosciugato”. Eppure, fino al 2012, Forbes ave va calcolato il suo patrimonio in 130 milioni di dollari. I suoi film hanno incassato miliardi. Ma aveva problemi di liquidità, tanto da accettare un parte in tv, alla Cbs e vendere la sua proprietà più importante. Per andare avanti aveva attinto anche da un fondo –sempre il New York Post – da un fondo che aveva creato per i tre figli. In una delle ultime foto, con una fan, è molto dimagrito e ha il viso sofferente.

ALCOL. SOLDI. L’incapacità di incontrare la vita reale. Quando Williams trova fama e popolarità è già imbottio della cocaina, che scorre a fiumi allo Studio 54 di New York, dove Andy Wahrol lo voleva accanto come gli altri giullari di corte. Quando gira Mork & Mindy non se la passa meglio. È lui stesso a raccontarlo in tv: “A volte ero in condizioni che mi addormentavo sdraiato sul set. Poi il regista mi rifilava un calcio per svegliarmi e mi avvisava che servivo dall’altra parte dello stage. Non ricordo molto di quegli anni, non mi facevo di camomilla”. Lo ricorda Bob Woodword, il premio Pulitzer del Watergate, quando scrive la biografia di John Belushi, tradotta in italiano col titolo Chi tocca muore: Robin Williams è l’ultima persona, oltre al pusher, a vedere Belushi vivo allo Chateau Marmont di Los Angeles, dove l’altro genio sprecato, Belushi appunto, morirà di lì a breve. Paradossale quanto fossero uguali e di conseguenza amici, in un mondo, quello della cinematografia, dove l’amicizia non è contemplata. Uguali perché cantano, suonano, recitano in maniera divina, meglio di chiunque altro: uno, Williams, avvolto dai peli e con le metamorfosi vocali come nessuno è capace, l’altro quasi un pupazzo di gomma nel fisico, imperdibile quando imita Marlon Brando e Joe Cocker. Sul set che corre tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, sia Williams sia Belushi hanno un problema in comune: la dipendenza da alcol e droghe. In quegli anni Belushi riesce a malapena a girare Blues Brothers, che diventerà un culto, ma più di una volta lui e il regista, John Landis, arrivano alle mani.

Perché Belushi è stracolmo di roba e non ce la fa a girare le scene. Quello stesso anno Williams gira Popeye con Robert Altman, ma i problemi sono i medesimi. Belushi ci lascerà la pelle e, Williams, per tutta risposta al dolore, continuerà a farsi di più. Lo segnerà la morte di Belushi, in maniera quasi indelebile. Come avverrà con l’incidente di Christopher Reeve, l’attore di Superman, altro grande amico di anni sgangherati. La persona che gli resterà a fianco, umanamente e a suon di milioni di dollari per l’assistenza medica, è ancora Williams. E siamo ancora all’eccezione nel fantastico mondo di Hollywood, fatto di magnaccia, puttane e spacciatori di droga che assumo ruoli di produttori, registi, dirigenti degli Studios. Poco cambia. È il Sunset Boulevard, il viale del tramonto, lo per tutti.

WILLIAMS si trasferisce da subito a San Francisco, l’uni – co luogo dove riesce a sopravvivere, come scrive nell’edizione di ieri il San Francisco Chronicle. New York lo avrebbe ammazzato molto prima, a Tiburon, che è un villaggio ricovero, case basse in riva alla Baia, strade silenziose e piccoli supermarket, talvolta accudito dai figli, ce la fa. Tra alti e bassi, ovviamente, cliniche per disintossicarsi, matrimoni (tre) e figli, sempre tre. “Se ti ricordi degli anni Sessanta non li hai vissuti”, diceva. Cuore enorme, ma al potere non guardava in faccia. Più volte si è preso gioco di George W. Bush. Diceva “Ha un auricolare, anche se alza un braccio non è decisione sua”. Ha mal sopportato, senza mistero Arnold Swarzenegger candidato governatore della California, nel 2003: “In pratica abbiamo un palestrato, un nano nero e un’attrice porno. È l’Isola di Gilligan vista da Russ Meyer. Con noi si sono complimentati anche gli italiano, e loro lo sanno perché hanno eletto Cicciolina”. Rimarrà anche questo, un piccolo manuale dell’attor comico. E il rimpianto che Hollywood non l’abbia messo davanti a una grande prova, da storia del cinema. E l’Italia, alla fine, non abbia avuto modo di sfruttarlo, come in un lontano passato fecero i Fellini e i Visconti con altri attori americani. Purtroppo i cineasti non ci sono più e da oggi scarseggeranno anche gli attori.