Roberta Ragusa e Simonetta Cesaroni: Dolore, lacrime e rabbia e…nessun colpevole

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0228222001DVB-TRete4Si tratta di uno dei più inquietanti misteri della cronaca italiana. Tra il 13 e il 14 gennaio 2012 Roberta Ragusa, 44 anni, svanisce nel nulla a Gello di San Giuliano Terme, provincia di Pisa. Fatto curioso e allo stesso tempo macabro: la sua scomparsa avviene quasi in contemporanea con il naufragio della Concordia all’Isola del Giglio. Il marito Antonio Logli racconta agli inquirenti che aveva lasciato la moglie a mezzanotte in cucina mentre compilava la lista della spesa. Dopo essersi risvegliato nel suo letto alle 6.45 del mattino non la trova sul letto accanto a lui. I vestiti di lei sono in camera tranne un pigiama rosa e un paio di ciabatte.

La porta di casa non è chiusa a chiave. Ma i suoi documenti sono tutti ancora lì, insieme con borsetta, soldi, cellulare e, appunto, le chiavi. Dov’è andata? La cercano ovunque, ma è si come volatilizzata. Dopo una serie d’appelli è proprio Logli a finire nel mirino delle indagini. Si scopre che la segretaria dell’autoscuola di cui Roberta è socia, diciassette anni in meno e già baby sitter dei loro figli, è da tempo l’amante del marito. Le domande si moltiplicano: se Roberta ha scoperto il nome della rivale in amore, potrebbe essere tanto turbata o depressa da prendere decisioni drastiche? Potrebbe pensare di togliersi la vita? Ma se così fosse, perché non si trova il corpo? Il tempo scorre. Quasi tutti òrmai si convincono che Roberta non sia più viva. Gli inquirenti ipotizzano che sia stata uccisa dopo una lite dal marito, che poi avrebbe fatto sparire il cadavere. Ad aprile 2014 si comincia a mormorare di una prossima richiesta di rinvio a giudizio. Tra gli indizi, l’incidente domestico capitato a Roberta pochi giorni prima di sparire, una caduta dalle scale che la donna aveva annotato sulla sua agenda. Una caduta che si presuppone dunque non accidentale. E poi 50 pagine di relazione dei carabinieri che sarebbero in grado di smontare l’alibi di Logli attraverso quattro testimoni che lo collocherebbero all’una di notte fuori casa. Uno, Loris Gozi, lo avrebbe visto litigare con un’altra persona. Un vigile del fuoco avrebbe anche sentito un urlo. Intanto, un’immagine trasmessa da Chi l’ha visto? immortala Logli con i figli alle terme assieme all’amante. La vita va avanti. Non è ancora chiaro se e quando la Procura chiederà un processo per il marito di Roberta.Anche perché un particolare enorme pesa sull’indagine: non c’è alcun cadavere. Quello di Roberta Ragusa è un mistero in piena regola. Ma il delitto indecifrabile per antonomasia è quello di via Poma a Roma, dove è stata uccisa nel 1990 Simonetta Cesaroni. «Sono stato umiliato, trattato come un bugiardo. Parlare oggi di giustizia mi sembra un po’fuori luogo, perché è giustizia quando il colpevole vero viene trovato», ha detto al Messaggero Raniero Busco all’indomani della sentenza definitiva della Cassazione che lo ha assolto per non aver commesso l’omicidio della sua ex fidanzata.

È stato indagato su basi che sembravano “granitiche”: il suo dna sul reggiseno della vittima e il “morso” lasciatole su un seno. Solo che poi si è scoperto che il codice genetico sul reggiseno apparteneva a tre maschi diversi, che le tracce di sangue trovate sulla scena del crimine erano di gruppo A (e dunque non compatibili con lui) e che quel “morso” scoperto dalle fotografie del cadavere non era neppure un morso. Molti anni prima il medico che aveva fatto l’autopsia, Ozrem Cardia Prada, 10 aveva già escluso: «Potrebbe essersi trattato solo di un pizzico dato con le mani. Anche perché altrimenti si sarebbero potuti eseguire rilievi morfologici per identificare la dentatura di chi lo aveva lasciato». Simonetta viene uccisa con 29 coltellate, a 21 anni, 11 7 agosto 1990 negli uffici romani dell’associazione alberghi della gioventù. Pare sia sola quando viene aggredita e ammazzata. Prima dell’indagine su Busco c’erano degli elementi certi, come l’orario della morte compreso tra le 17,30 e le 18,30. Ma vent’anni più tardi i ricordi dei testimoni sono variati. Il primo sospettato è Pie- trino Vanacore, portiere dello stabile, arrestato dopo appena tre giorni, il 10 agosto 1990. Fa 26 giorni di cella. Alla fine il pm ne chiede l’archiviazione: il sangue trovato sulla scena del crimine non è il suo. Tre anni dopo lo indagano ancora, stavolta per favoreggiamento nei confronti di un ragazzino, Federico Valle, nuovo sospettato del delitto, che aveva il nonno che abitava nello stabile e il padre che lavorava lì. Una storia stranissima: ad accusare il ragazzo è un curioso commerciante d’auto, Roland Voller, un tizio che aveva conosciuto al telefono la madre di Federico. Secondo il suo racconto, la donna gli riferisce che Federico, il giorno dell’omicidio, era tornato a casa da via Poma con il braccio ferito. Per l’accusa Valle doveva essere l’assassino. Ci vuole il dna a scagionarlo: il 18 giugno 1994 la Corte d’Appello decide il «non luogo a procedere» per Valle e Vanacore. Voller esce di scena dopo essere stato trovato in possesso di documenti riservati sul delitto dell’Olgiata, di un telefonino intestato al ministero dell’Interno (pare clonato) e di una misteriosa lettera di raccomandazione della Questura. Vanacore invece no. Nell’ottobre 2008 gli perquisiscono la casa di Monacizzo, Taranto, alla ricerca di un’agendina nella quale sperano di ottenere elementi utili. Non trovano nulla. Quando lo chiamano a testimoniare in aula nel processo a Busco, non regge più l’ombra che gli avevano calato addosso dal 1990. Scrive un bigliettino sull’auto: «Venti anni di martirio senza colpa e di sofferenza portano al suicidio». E si lascia annegare in mezzo metro d’acqua.