Renzi vuole un «patto alla tedesca»

Non vuole vincere la classifica cannonieri, altrimenti sarebbe partito da solo in contropiede. Invece ha passato «volentieri» il pallone a Enrico Letta, perché spera che a vincere sia la nazionale italiana. Ma adesso Matteo Renzi sprona il premier «a fare le cose che dobbiamo fare da vent’anni» e incalza: «Il governo in questi otto mesi ha sempre rinviato tutte le partite». Domenica il Pd sceglie il segretario e il sindaco di Firenze lancia gli ultimi appelli. Risponde agli elettori su Twitter, va da Vespa a Porta a Porta, quindi corre al Teatro Olimpico e chiude che è notte: «Il 50 più uno? Mi può bastare». Il filo rosso della giornata romana è che adesso sono i democratici ad avere la golden share della maggioranza, «purtroppo o per fortuna il governo del Paese è in mano al Pd». Vuole il rimpasto? No, «agli italiani non frega niente del destino della Lorenzin o di Quagliariello ». Quel che gli preme è fare chiarezza sui rapporti di forza e far capire a Letta che il Pd non andrà più «a rimorchio». Se il premier non fa le cose che servono agli italiani, è il leitmotiv, alle Europee «le larghe intese dell’opposizione», cioè Grillo e Berlusconi, «ci fanno un bel panino e ci portano via». Gianni Cuperlo non ci sta e provoca il favorito: «Se cominciano a dare ultimatum al governo, facciamo il gioco di Berlusconi e Grillo. C’è qualcuno tra noi che vuole andare a votare subito e fare da sponda al loro disegno?». Renzi assicura che quel «qualcuno» non è lui. Però chiede a Letta un patto di governo, perché negli anni (e negli ultimi mesi) «la politica non ha fatto le cose sul serio». Vuole un contratto nero su bianco, con le riforme urgenti e anche la spending review, tema del quale ha già parlato via mail con il commissario Carlo Cottarelli. E anticipa che il premier, la prossima settimana alla Camera, «proporrà un patto alla tedesca» per il 2014, da presentare entro gennaio. Con gli elettori Renzi prende tre impegni e il primo punto è una legge elettorale su modello presidenzialista— doppio turno ed elezione diretta del premier — che dovrà passare almeno in prima lettura entro la primavera, accompagnata dalla revisione costituzionale con procedura semplificata. Poi un grande piano per il lavoro e nuove regole dell’Europa: «Non è il Vangelo. Non è possibile che non posso costruire una scuola perché c’è il patto di Stabilità ». È l’Agenda Renzi, con la quale chiede coraggio a Letta e sfida Alfano: «Vogliono evitare le elezioni perché hanno paura? Benissimo, allora però governiamo». L’idea di una sconfitta, il sindaco non la calcola nemmeno. Neanche quando accusa quanti dicono che abbia già vinto: «Vogliono fregarmi, allontanare la gente dalle urne…». I suoi sono ottimisti e pure lui lo è. Altrimenti non rivelerebbe di aver già pronta la segreteria, che sarà composta per metà da donne. Racconta di aver pensato ai «dodici» della sua squadra senza trattare con i capicorrente: «Facc io con l a mi a tes ta , maga r i sbaglierò ma almeno sarò l’unico responsabile». Luca Lotti è l’unica certezza, gli altri nomi li annuncerà lunedì: «A mezzogiorno si potrà verificare se è di rottamati o innovativa ». Gli chiedono se esista davvero l’ipotesi di un ticket, Gianni segretario e Matteo premier, ma è una suggestione che Renzi si affretta a smentire: «Spero di diventare segretario io, sinceramente!». E se andrà così farà squadra con i due sfidanti. Sfoggia un orologio viola, cinguetta su Twitter con il falso Cuperlo, prende di mira Giovanardi, annuncia che domenica sarà a Firenze dove accenderà l’albero di Natale in piazza… Nega di essere «il dracula dei pensionati» e però conferma di voler sforbiciare le pensioni d’oro. Il suo unico incubo? Il disamore degli elettori per la politica. Per questo Renzi spinge, accelera e scaccia il fantasma del flop: «Voterà meno gente, ma se ce la mettiamo tutta possiamo arrivare a due milioni, un bel risultato». Traguardo possibile, che secondo Paolo Gentiloni premierebbe il sindaco con il 70 per cento. Se invece l’asticella si fermasse al milione e mezzo sarebbe una sconfitta, ammette il candidato. «Un brutto segnale…».