Renzi, M5s e dissidenti: botte su Senato e soldi

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di Stefano Caselli Tra bradipi e gufi, la politica domenicale italiana continua nel suo incedere prettamente zoologico. Il rapace notturno, tanto caro a Renzi, è nuovamente evocato in una intervista fiume al premier pubblicata ieri sul Corriere della Sera. Il simpatico mammifero, sinonimo di lentezza, è l’ultimo epiteto coniato a misura di Renzi dal duo Grillo-Casaleggio (ieri sul blog). Oggetto di entrambe le esternate, le riforme istituzionali, prima fra tutte quella del Senato (riduzione a 100 membri eletti direttamente dai Consigli regionali su base proporzionale) già approvata in Commissione Affari costituzionali e da oggi a Palazzo Madama: “Il M5S  si legge su beppegrillo.it  ha messo alla prova la velocità di Renzie e ne ha constatato la velocità del bradipo. Il M5S ha risposto alle richieste del Pd in tempo reale (dieci risposte al Pd su legge elettorale e riforme istituzionali: postate sul blog la scorsa settimana, ndr). È necessario concludere questo confronto al più presto. Per cui se non verrà confermata una data di incontro con la nostra delegazione insieme a eventuali rilievi alle nostre risposte neprenderemo atto e lasceremo che la grillo_renzi_ansatrattava si sviluppi con la benedizione del Colle tra il noto pregiudicato, e forse da venerdì anche noto carcerato, e il bradipo fiorentino”. Fine dell’ultimatum. MARIA ELENA BOSCHI raccoglie poco dopo: “Rispondere – mo senza problemi nelle prossime 24 ore – dichiara il ministro per le Riforme Costituzionali –Il Pd incontrerà M5S ed il tavolo resta aperto. Prendo atto di questa fretta, ma segnalo che negli ultimi mesi abbiamo lavorato”. Il governo del “fare”, appunto, definizione tanto cara al premier Renzi che “in polo viola, jeans e sneackers” riceve a palazzo Chigi il Corriere di sabato mattina, “con l’aria di chi ha fatto le ore piccole (…) e si è svegliato alle cinque del mattino” per dedicarsi alla sua “lettura quotidiana (…) il riassunto voce per voce del bilancio dello Stato” che conosce “quasi a memoria”. Il titolo della lunga intervista (“Italia commissariata? Non esiste”) ha un che di sinistro, dato che smentisce una notizia che non ci sembrava fosse all’ordine del giorno (il pericolo di commissariamento dell’Ita – lia da parte della Troika dell’Ue modello Grecia) ma tant’è. A Matteo Renzi, più che gli “in – vestitori internazionali”, preoccupano “i frenatori italiani”, tra cui anche quelli che si oppongono alle Riforme, in primis quella del Senato: “Non si rassegnano – dichiara il premier – all’idea della semplificazione e del fatto che non ci sia indennità per i senatori”. E poi torna il nome di Corradino Mineo, il reprobo, senatore Pd estromesso dalla Commissione Affari Costituzionali settimane fa causa ostruzionismo. L’ex direttore di Rainews24 scherza su tanta, reiterata, attenzione nei suoi confronti: “Vedo che Renzi continua a fare di me una personificazione del male –dichia – ra – Non sono degno, non merito tanto. Dice che chi si oppone alla riforma del Senato lo fa per mantenere la propria indennità? Mah. Faccio presente che noi avevamo chiesto di ridurre il senato a 100 membri (unica richiesta che poi è stata effettivamente recepita) ma anche di dimezzare a 315 il numero dei deputati a Montecitorio. Il veto su questa drastica riduzione dei parlamentari se non sbaglio è arrivato dal governo. Quindi semmai è lui che protegge chi vuole conservare una poltrona, per usare il suo linguaggio. Piuttosto che preoccuparsi di ‘frenatori’ e ‘gufi’, forse Renzi dovrebbe spiegare perché si è opposto alla riduzione dei deputati”. SECONDO LEI PERCHÉ? “Il problema principale – prose – gue Mineo – è il combinato tra l’Italicum e la riforma del Senato. Vincere le elezioni con il 37% significa avere almeno 340 deputati su 630 e almeno 35 senatori su 100. Questo significa che chi vince le elezioni potrà scegliere anche il capo dello Stato, visto che dopo il terzo scrutinio la maggioranza dei 2/3 è previsto che scenda al 51% degli aventi diritto. Il Capo dello Stato, poi, eleggerà 5 giudici della Corte Costituzionale, che uniti ai cinque nominati dal Parlamento dominato da un premio di maggioranza devastante fanno dieci su quindici. Una roba del genere non si è vista mai in un nessuna democrazia liberale del mondo”. Un modello di “democrazia autoritaria” che Il Fatto denuncia da tempo. Matteo Renzi tiene a precisare che la fretta sulla Riforma del Senato non è dettata dai tempi stretti della sentenza d’appello sul caso Ruby: “Non credo che questo il problema siano i processi di Berlusconi – conclude Mineo – Certo è che Renzi si prodiga nuovamente in un grande elogio del suo principlae interlocutore (“diamo a Cesare quel che è di Cesare. Ha sempre mantenuto la parola data”, ndr). Spero che non faccia lo stesso errore di Letta e Napolitano. Nom si può non tenere conto che possa essere di nuovo condannato definitivamente. Questa gamba della solidarietà nazionale è debole e fragile, non la vedo affatto bene”.