Renzi: “Falliti, vado da Silvio”

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di Wanda Marra Oc’è la consapevolezza del dramma dell’urgenza o se si pensa che si possa continuare ad andare avanti come se niente fosse, saremo spazzati via”. Perché finora questo governo ha collezionato “solo fallimenti”. Nella sua prima volta in direzione da segretario del Pd, Matteo Renzi ingrana la quinta, drammatizza i toni fino all’inverosimile. “Non mi faccio intimorire”, dice alla minoranza che ha provato a diffidarlo dal trattare con Berlusconi. Nella strettoia più difficile, quella su cui si “gioca la faccia”, portando o non portando a casa la riforma elettorale reagisce andando all’attacco, con tutto il suo peso. Nessuna bozza, chiede al partito un voto sulla sua relazione. Un mandato a fare l’accordo con Berlusconi, come dice e ribadisce tra le righe. LUNEDÌ , a faccia a faccia avvenuto, la direzione si riunirà di nuovo. “Surreale e stravagante la polemica sull’incontro con il ‘pregiudicato’ Berlusconi, come ha detto D’Attorre, quando invece poi ci stavano al governo insieme. E non ho visto ministri dimettersi per la condanna dell’alleato Berlusconi. Li ho visti dimettersi per un ‘chi’”. (ogni riferimento a Fassina non è puramente casuale, ndr). Il percorso è tracciato, l’aut aut è chiaro. Il faccia a faccia è fissato tra oggi e domenica, a Roma, forse al Nazareno, probabilmente in un albergo. C’è già un patto pronto sul sistema spagnolo corretto con premio di maggioranza. D’altra parte il sindaco l’ha chiarito: l’importante non è “il doppio turno”, ma “il premio di maggioranza”. Con buona pace di Enrico Letta, che non a caso ieri alla direzione non va. I due sono ai ferri corti, una ricomposizione in questa fase sembra impensabile. La situazione la fotografa bene Matteo nella replica: “Le parole di Enrico le prendiamo come i messaggi di Krusciov a Kennedy nella crisi dei missili”. Renzi continua a dire no a rimpasti e rimpastini. A Napolitano che lunedì ha provato a convincerlo, proponendogli la sostituzione di ministri importanti, ha risposto sostanzialmente che una volta che si comincia a toglierne uno, tocca toglierli tutti. E dunque, “sul rimpasto decida Letta”, ma non serve “cambiare uno o due ministri”, serve “una visione”. E a conferma che in questo momento con i governativi la situazione è logora, attacca pure Dario Franceschini, ricordando una dichiarazione del 2011 sulla necessità di fare la legge elettorale “non a colpi di maggioranza: è ancora della stessa idea?”. Per adesso pure l’ipotesi Letta bis sembra lontanissima. Più facile, grazie all’accordo con Berlusconi, la caduta del governo, una nuova legge elettorale e voto a maggio. Oppure, addirittura, un Renzi premier senza passare per il voto. Anche se l’interessa – to continua a negare di voler far cadere il governo e derubrica questi scenari a “intrighi”. Lo dice Paolo Gentiloni in un intervento che nella replica il segretario dirà di condividere per filo e per segno: “La natura del governo non cambia se facciamo rimpasto, dovevamo vincere le elezioni per fare il nostro. Non lo boicottiamo ma resta l’ambi – guità della situazione e la sua intrinseca debolezza”. E avverte: “Il governo dura se fa la legge elettorale, non, come ho sentito dire in questi giorni, se la legge non si fa”. Tutti avvertiti: il voto subito con questa legge è possibile. Ma sarebbe “un suicidio del sistema politico”. NELLE ULTIME 48 ore si sono moltiplicati tra i democratici gli stop al modello spagnolo e al Mattarellum, gli altolà a un incontro con Berlusconi. Si è fatta strada tra i democratici l’idea che in fondo ci si potesse tenere il proporzionale: non fosse altro che la maggioranza degli eletti sono stati portati in Parlamento da Bersani e dunque se le liste le fa Renzi rischiano il posto. Ma ieri in realtà nella minoranza nessuno affonda. Cuperlo prende la parola per dire che ci vorrebbe un Letta bis e che lui è favorevole al doppio turno. Speranza insiste che serve “un nuovo patto con Letta”. Orfini (che ha difeso la legittimità della trattativa con B.) sostiene di non essere d’accordo praticamente con nessuno. Fassina si produce in una (debole) difesa del governo. D’Attorre ci va giù pesante: “Renzi aveva dato la disponibilità a guidare il governo con Berlusconi”. Ma poco prima della direzione il fedelissimo Dario Nardella va al Colle a spiegare a Napolitano per quale sistema elettorale si sta lavorando. Proprio lui, l’uomo della trattativa con Forza Italia, quello che per primo ha visto Brunetta. Lui, uno dei più stimati al Quirinale. Alla fine, la direzione vota sulla relazione del segretario. I 35 cuperliani si astengono. Tutto aggiornato a dopo il faccia a faccia con B. “Com’è andata? Meglio di così…”, commenta Matteo alla fine.