Raoul Bova: Racconta la sua rinascita con l’aiuto di Dio

Cattura

Qualche giorno fa Bisceglie era tutta in fermento: centinaia di persone affollavano le vie del centro come alla festa dei tre santi patroni ad agosto. Mancavano solo i fuochi d’artificio. E invece niente patrono: era arrivato Raoul Bova. Era da poche ore sul set del nuovo film di Michele Placido «La scelta», e già una folla di persone lo acclamava in strada. A qualche giorno di distanza un drappello di fan accanite si apposta ancora fuori dall’hotel dove alloggiano attori, regista e produzione del film, ispirato a un’opera di Luigi Pirandello («L’innesto»). Raoul Bova occupa una suite all’ultimo piano con una terrazza vista mare. Mare blu. Blu come la camicia che indossa. Blu pure gli occhi, che socchiude per concentrarsi, per i raggi del sole al tramonto o anche solo per evitare di pronunciare parole ingombranti. Il suo matrimonio è finito un anno fa e quello che è venuto dopo lui lo chiama «percorso», più che «scelta». È bello, proprio bello, le fan che lo aspettano per ore con blocchi di carta per gli autografi non rimarranno deluse.

CatturaParla con voce gentile che a volte diventa un sussurro e si disperde come gli ultimi raggi all’orizzonte. Conosceva la storia di Pirandello? «Pirandello mi piace molto, ma questa storia non la conoscevo. Molte cose dell’opera sono rispettate fedelmente dalla sceneggiatura del film di Michele Placido, soprattutto i passaggi psicologici. Ovviamente ce ne sono altre tipiche del periodo, i primi del Novecento: allora erano molto più forti la figura della donna, l’atmosfera del paese, la concezione di violenza sulla donna». Il fulcro del film? «È la storia di una coppia che non è più la stessa. Dopo lo stupro di lei non c’è più lo stesso rispetto, la stessa considerazione. E i rapporti cambiano». Lei nella coppia è… «Un uomo moderno, ma anche tradizionale, un uomo che ama moltissimo la sua donna, tanto da desiderare un figlio che sia l’unione tra le loro anime. Un romantico. Un personaggio contrastato: da una parte c’è l’orgoglio, la tradizione, il disonore della donna violata, dall’altra un grandissimo amore». Il tema dello stupro è di grande attualità. «Si parla tanto della violenza sulle donne, ma quello che succede a una donna dopo una violenza, a lei e alle persone che le sono intorno, nessuno lo racconta. Non c’è solo la violazione del corpo, ma anche quella della mente. Tutti vogliono sapere quello che è successo, non ti danno il diritto al pudore e alla riservatezza». Come uomo si è chiesto perché gli uomini commettono violenze così atroci? «La violenza in assoluto non è accettabile né è comprensibile, ma su una donna è ancora peggio, è da vigliacchi.

Fino a poco tempo fa lo stalking non era neanche un reato, e ancora tante donne non denunciano le violenze perché hanno paura». Certi ruoli si possono interpretare solo se si è vissuta un’esperienza simile? «Avere un bagaglio di vita ampio è come portarsi dietro una valigia da cui attingere quello che hai conosciuto, visto, provato. Un attore giovane ha uno zainetto da cui può tirare fuori poche cose. Nel corso degli anni ho cominciato a capire come si fa questo mestiere». E come si fa «questo mestiere»? «Prima ero un tipo che preparava in maniera maniacale le cose, ero molto più di testa che di cuore, avevo in mente “la tecnica”, regole da studiare. Poi ho scoperto che bisogna lasciarsi andare, lasciarsi sorprendere da quello che succede, farsi portare dall’onda come in mare». C’è una scelta che, guardando indietro, oggi le fa dire: ecco, quella è stata «La» scelta? «Di scelte ne ho fatte tante, ma la scelta più grande è stata quella di avere dei figli». L’unica che non ha mai rimpianto? «Con il senno di poi non rimpiango alcuna delle scelte che ho fatto, nel bene e nel male. In quel momento pensavo fosse sempre la cosa giusta da fare. E se non lo era in generale, lo era per me». Sulla scelta di fare l’attore non ha mai avuto dubbi? «Per un po’ ho visto la mia popolarità andare più avanti rispetto alla mia reale preparazione. Mi sentivo impreparato rispetto al successo che avevo e mi chiedevo: “Come mai a me?”. Non sentivo di meritarlo. Allora ho cercato di migliorarmi, di arrivare al passo».

Ci è arrivato? «Mi sono tranquillizzato, mi sono detto: “Una ragione ci sarà!”. Non la conoscevo, ma mi dicevo: “C’è tanta gente che ti segue e ti vuole bene”». Negli ultimi 12 mesi tra fiction e cinema (ben quattro film) non si è fermato mai. «In questo anno il lavoro mi ha molto aiutato, sia psicologicamente sia fisicamente, in un momento di difficoltà. Non è stato un anno facile. Dovermi concentrare totalmente sul personaggio di un film, su quello che pensa lui, ha significato quasi riposarmi mentalmente». Doveva dimenticare Raoul Bova? «La vita mi ha portato un capovolgimento pazzesco, ma allo stesso tempo ho avuto l’opportunità di fare, nel momento più drammatico, quattro film, tutti e quattro quelli che volevo fare. L’ho preso come un bel regalo. In questo credo in Dio, sento che qualcuno mi ha voluto aiutare, mi ha fatto fare un percorso di crescita». Per un attore italiano l’Oscar a «La grande bellezza» ha rappresentato qualcosa in più? «Un grande orgoglio. La consacrazione di un talento. Vederlo riconosciuto in tutto il mondo fa piacere. A volte sono piccole finestre, un’attenzione maggiore al nostro Paese. Ma poi certe finestre, come si sono aperte, si richiudono subito, se non fai vedere che l’Italia ha dei talenti». Anche lei qualche anno fa ha avuto la sua finestra a Hollywood con la serie tv «What about Brian». «È stato un cancello, ci sono entrato per un po’ e poi il destino ha voluto che tornassi in Italia. Forse non l’ho sfruttato bene o forse non l’ho voluto sfruttare, ma forse, alla fine, è andata bene così. All’inizio, quando sei giovane, hai più il mito dell’America». Poi il mito crolla? «Poi l’ho sperimentato, ma le cose che mi venivano proposte erano inferiori per spessore a quelle che facevo in Italia, i personaggi erano gli stereotipi dell’italiano medio. A quel punto devi decidere: resto in America e faccio l’italiano che guarda le partite, le donne, gesticola, o torno in Italia e faccio la fiction “Nassiriya”? Quella è stata proprio “La” scelta». Oggi sembra sereno, soddisfatto, impegnato, frenetico… «Frenetico no: nella frenesia delle cose io riesco sempre a mantenere una certa calma. La vera trasformazione che ho compiuto riguarda l’atteggiamento nei confronti di me stesso: prima raggiungere un obiettivo significava soffrire, ora significa essere sereno e soddisfatto. Prima mi sentivo punito e frustrato, ora faccio le cose per me stesso». Ha scelto pure di non fare vacanze? «Sì che le farò! Mi concederò una lunga vacanza con i miei figli».