Quote BankItalia: L’ultimo tentativo per fermare il regalo alle banche

di Stefano Feltri Dopo giorni di voci sulle sue dimissioni, un indebolito Fabrizio Saccomanni si presenterà oggi in audizione presso la commissione Finanze a difendere una delle misure più contestate del governo Letta: la rivalutazione delle quote di Banca d’Italia, cioè un regalo alle banche italiane che vale miliardi di euro e che consegna per sempre il controllo dell’ente di vigilanza ai suoi vigilati. Il Movimento Cinque Stelle prepara l’assalto, il passaggio del provvedimento alla Camera (la conversione in legge del decreto Imu, in cui è stata infilata la rivalutazione del patrimonio di Bankitalia) è l’ul – tima occasione di bloccare il regalo alle banche, stralciando la norma. Nell’immediato le banche accettano di farsi tassare per coprire parte dei buchi lasciati dall’abolizione dell’Imu sulla prima casa ma in cambio ottengono la promessa di benefici miliardari. DURANTE I PASSAGGI parlamentari tutti gli alibi dell’inter – vento su Bankitalia sono caduti e il provvedimento è peggiorato (o migliorato, a seconda che si considerino gli interessi dei contribuenti o quelli delle banche). La Banca d’Italia è di proprietà delle principali banche italiane e dell’Inps, finché le banche erano pubbliche nessun problema, poi sono state privatizzate. Il valore simbolico del capitale era di 156mila euro, suddiviso in 300 mila quote da 52 centesimi l’una. Un comitato di saggi stabilisce a novembre che il valore corretto (calcolo complesso, che considera dividendi e riserve) è tra i 5 e i 7,5 miliardi. Si decide per 7,5. In teoria lo scambio è questo: il governo modifica per legge il valore del capitale della Banca d’Italia, le banche ottengono un beneficio patrimoniale nell’an – no in cui sono sottoposte agli esami di solidità della Bce e il Tesoro tassa la rivalutazione al 16 per cento incassando circa un 1,2 miliardi. Poi cominciano i pasticci: il decreto viene mandato alla Bce così a ridosso dell’ap – provazione che Francoforte non può esaminarlo bene e Mario Draghi scrive che “equivale a un caso di non consultazione” in spregio della normativa europea. Bankitalia approva la riforma dello statuto prima che ci sia la legge. Un emendamento abbassa il prelievo fiscale sulla rivalutazione dal 16 al 12, lo Stato perde in un attimo 300 milioni. La banca centrale tedesca, la Bundesbank, protesta: il decreto sembra un trucco per aiutare gli istituti italiani a superare l’esa – me europeo dei bilanci. Bankitalia specifica: “L’aggiornamen – to delle quote non avrà effetti sul patrimonio di vigilanza delle banche partecipanti al 31 dicembre 2013, data rilevante ai fini dell’esercizio di Asset Quality Review che sarà condotto nell’Eurosistema”. E quindi a cosa serve? IL MOVIMENTO 5 Stelle oggi contesterà a Saccomanni alcuni numeri. Nel 2012 la Banca d’Italia ha fatto utili per 2,5 miliardi di euro, in gran parte grazie alle sue attività in monopolio tipicamente pubbliche (come il signoraggio). Il tetto ai dividendi è pari allo 0,5 per cento delle riserve e il 10 per cento del capitale. Morale: negli ultimi anni ai soci privati della Banca d’Italia è andata una cifra modesta, 60-70 milioni all’anno, con le nuove regole possono avere molto di più, circa 450 milioni (a parità di utile), lo Stato ci rimetterebbe quasi 400 milioni. Non è finita: le nuove regole in discussione alla Camera prevedono anche un tetto alla partecipazione massima che le banche possono detenere, un emendamento apposito ha abbassato la soglia ulteriormente, dal 5 al 3 per cento. E la Banca d’Italia può ricomprare, in teoria per poi rivenderle, le quote in eccesso. Risultato: Intesa Sanpaolo ha un 27,3 per cento di troppo, Unicredit il 19,1. Ma anche le Generali dovranno disfarsi di qualche azione (3,3), idem la Cassa di risparmio di Bologna (3,2), Carige (1) e perfino l’Inps (2). Bankitalia, nel complesso, potrebbe trovarsi a dover sborsare 4,2 miliardi per riprendersi il 55,9 per cento del capitale. Altro che trucco contabile, alle banche andranno soldi veri, utilissimi per passare gli esami europei (a spese, in ultima analisi, del contribuente italiano). Ma i pasticci non finiscono mai: alcune banche, negli anni, avevano arbitrariamente rivalutato le loro quote di Bankitalia, in assenza di criteri uniformi. La malmessa Carige, per esempio, ha in bilancio il suo 4 per cento di via Nazionale a 892 milioni di euro, ma secondo le nuove regole vale soltanto 300 milioni. Quindi dovrebbe svalutarle per mezzo miliardo, vendere poi l’1 per cento a Bankitalia per 75 milioni sarebbe una ben magra compensazione. IL SENATO HA DATO il via libera alla legge pochi giorni fa, ma con qualche mugugno. Il senatore del Pd Massimo Mucchetti ha espresso i suoi dubbi in aula, il collega Walter Tocci attacca dal suo blog: l’unica ragione per cambiare le regole sul capitale della Banca d’Italia con un decreto “viene dall’esigenza di concludere prima possibile l’ac – cordo raggiunto tra i promotori del decreto: i grandi gruppi bancari e assicurativi, la burocrazia di via Nazionale e il governo”. Chissà come farà Saccomanni a difendere alla Camera un simile provvedimento che piace soltanto alle banche. E chissà il capo dello Stato Giorgio Napolitano come farà a firmare la legge che converte un decreto molto più eterogeneo e discusso di quello sugli enti locali che ha bocciato prima di Natale.

1 Comment

  1. carolus

    17 gennaio 2014 at 11:58

    Perché non si mette in vendita anche il ministro delle finanze? Faremmo due affari: un possibile incasso di qualche Euro ma sopratutto la certezza che il subentrante sarebbe un economista e non un bancario da sportello di cassa.