Quattro indagati per imorti di Prato Il ministro: pochi fondi per le ispezioni

Gli indagati sono quattro, per ora. Tutti cinesi e con responsabilità diverse. Tra i nomi c’è quello di Li Janli, una signora di 44 anni che vive a Roma, ed è per la legge italiana ufficialmente la proprietaria di Teresa Moda, l’azienda nascosta nel capannone- dormitorio distrutto dal fuoco. Secondo la procura di Prato la donna è solo un prestanome e i veri gestori sono altri tre connazionali, una coppia di clandestini con un figlio di 4 anni, e un trentenne tutti di Wencheng, nel sud della Cina, città satellite della popolosa Wenzhou, una delle capitali dell’emigrazione cinese. I reati ipotizzati sono disastro colposo, omicidio colposo plurimo, omissione dolosa di tutela e sfruttamento di manodopera clandestina. Rischiano quindici anni di carcere. Nell’inchiesta potrebbero entrare anche i responsabili dell’immobiliare italiana proprietaria del capannone. Solo tre delle sette vittime del rogo sono state ufficialmente identificate, ne mancano all’appello quattro anche se ieri alcune associazioni cinesi hanno diffuso la notizia che tutti i morti avevano un nome certo. Notizia smentita dagli investigatori che ieri sera hanno incontrato nella questura di Prato il console cinese di Firenze, Wang Xinxia. La diplomatica ha consegnato una lista di nomi che sarà confrontata con i dati raccolti da presunti parenti che si sono presentati lunedì all’obitorio. A Prato è arrivato anche l’ambasciatore della Repubblica Popolare Cinese, Li Ruiyu (che si è insediato lunedì) che insieme al console, ha visitato in ospedale i due sopravvissuti al rogo. Oggi a Prato è stato proclamato il lutto cittadino e i sindacati hanno annunciato una marcia silenziosa e una fermata simbolica sul lavoro: è la prima volta che accade nella storia della città toscana per episodi legati alla comunità cinese. «È una dimostrazione di rispetto e di cordoglio che i pratesi hanno accettato volentieri », ha detto il sindaco Roberto Cenni, ma le polemiche non si assopiscono. Cenni e il governatore della Toscana, Enrico Rossi, chiedono una risposta immediata del governo per affrontare la rete abnorme di assoluta illegalità. In un’informativa alla Camera, il ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, ha ammesso che «le risorse assegnate all’attività ispettiva hanno subito negli anni una riduzione per la spending review », ma si è detto convinto che i finanziamenti «debbono essere incrementati, perché le risorse per le ispezioni sono insufficienti» auspicando «un aumento delle risorse già nella legge di stabilità». Oggi, intanto, arriva la sentenza contro altri presunti datori di lavoro- aguzzini: il primo caso in Italia in cui un cinese clandestino ha denunciato i suoi connazionali.