Quarto Grado, Alessandra Viero: ” Il femminicidio deve essere riconosciuto come un’emergenza sociale”

buying a comparison essay online By on 8 gennaio 2014
alessandra-viero-a-quarto-grado

http://basilsdentalclinic.com/?middlebury-admissions-essay middlebury admissions essay Riuscire a tenere ben distinti vita privata e lavoro è un obiettivo condiviso da tutti. C’è però chi fa più fatica di altri a staccare la spina. Di questa categoria fa parte Alessandra Viero, giornalista di Studio Aperto e volto del telegiornale di Italia 1, che dall’ottobre 2013 fa parte anche della squadra di Quarto Grado, il programma condotto da Gianluigi Nuzzi e dedicato ai misteri e ai grandi casi di cronaca irrisolti. A lei è affidato il compito di introdurre le storie in esame e di illustrarne gli aspetti tecnici, legali, informatici e d? indagine scientifica attraverso fedeli ricostruzioni. Un vero e proprio viaggio all’interno di terribili omicidi (da Melania Rea a Yara Gambirasio,da Meredith Kercher a Lidia Macchi) che non può lasciare indifferenti. Troppo il dolore e la rabbia che ogni storia, ogni ricostruzione, ogni testimonianza portano con sé. Troppa la responsabilità di onorare la verità, mettendo insieme con precisione i fatti e gli indizi raccolti. «Trattiamo storie meno conosciute» Ecco perché Alessandra, appena può, si concede del tempo in compagnia degli amici. Come a Capodanno, prima di tornare al timone della nuova stagione del programma in partenza il 10 gennaio. Le abbiamo chiesto di raccontarci il legame che si crea con le storie che racconta e gli effetti benefici che un servizio giornalistico di questo tipo può offrire alla ricerca della verità. Alessandra, il format di Quarto Grado resterà invariato? «Sì, non ci saranno grandi novità. Riprenderemo in mano i principali casi seguiti nel 2013, concentrandoci soprattutto su quelli che sentiamo particolarmente “nostri”. Mi riferisco specialmente all’omicidio irrisolto di Katia Tondi, che abbiamo seguito fin dall’inizio e a cui per diverso tempo la stampa non ha dato molta visibilità. Oppure al caso di Lidia Macchi, la ragazza uccisa 27 anni fa in provincia di Varese, le cui indagini sono state riaperte anche grazie alle testimonianze che abbiamo raccolto in trasmissione. Questo è un po’ il nostro obiettivo: accendere i riflettori sulle storie meno conosciute e dare voce a chi non ce l’ha, come nel caso dei familiari delle vittime».Dove si posiziona il confine tra l’inchiesta giornalistica e il lavoro degli inquirenti? «A Quarto Grado non vogliamo assolutamente sostituirci al lavoro degli investigatori. Esiste però un’interazione che, a volte, può essere utile per raggiungere l’obiettivo comune: trovare la verità e far trionfare la giustizia. Ma non si deve mai dimenticare che dietro a ognuna di queste storie ci sono persone vere che soffrono e che non meritano di essere ulteriormente ferite da una spettacolarizzazione del loro dolore». «Ero lì quando si cercava Yara» In quali occasioni questa interazione ha funzionato meglio? «Quando abbiamo cercato di offrire consigli utili alle donne vittime di femminicidio, un tema su cui siamo concentrati fin dagli esordi. Molto spesso queste terribili violenze sono percepite come problemi solo da chi le subi- | sce. Il nostro obiettivo è far sì | che le persone le riconoscano ¡come parti di un’emergenza I collettiva, di un problema sociale diffuso. Le conseguenze di questa mancanza di consai pevolezza sono sotto gli occhi di tutti: come l’Istat conferma, solo il 7 per cento delle donne che subiscono violenze hanno il coraggio di denunciare il proprio aggressore. Anche perché la violenza fisica è solo una faccia della medaglia che comprende anche umiliazioni e vessazioni psicologiche». C’è una storia a cui sei più legata di altre? «Fra tutte dico l’omicidio di Yara Gambirasio, la ginna sta tredicenne di Brembate di Sopra (Bergamo) uccisa il 26 novembre del 2010. Ai tempi ho seguito il caso come cronista, ero lì quando si cercava il corpo e anche quando l’hanno trovato, tre mesi dopo. Visitando i laboratori dei R.I.S. ho capito che Punica speranza di trovare l’assassino di Yara risiede nel lavoro immane che il Reparto Investigazioni Scientifiche sta svolgendo, analizzando e raffrontando i campioni di Dna raccolti sul luogo del delitto». Spesso si è polemizzato sull’efficacia di questo tipo di indagini. Tu che idea ti sei fatta? «Sono convinta che valga la pena andare avanti. Il vero ! problema è che si tratta di un lavoro enorme e molto difficile, perché prevede l’analisi di migliaia di campioni diversi. Ma fermarsi sarebbe un crimine. Se oggi riaprissimo i delitti irrisolti avvenuti decenni fa, avremmo molte più possibilità di trovare i colpevoli grazie ai passi da gigante fatti dall’analisi scientifica. Penso per esempio all’omicidio di Lidia Macchi, avvenuto nel 1987. Allora Pesame del Dna non diede alcun esito. Oggi i risultati sarebbero ben diversi». Quanto ti senti coinvolta dalle storie che racconti? «È inevitabile che un legame emotivo si crei. È impossibile restare indifferenti, soprattutto quando si ha a che fare con i familiari delle vittime. Al tempo stesso, però, sono proprio loro a spingermi a svolgere al meglio il mio lavoro, a fare di tutto affinché i loro sforzi siano premiati. È molto difficile trattare A con la dovuta sensibilità queste storie di grande dolore. Ma la consapevolezza di dare un contributo concreto alla ricerca della verità mi responsabilizza e mi sprona a essere precisa e attenta nelle ricostruzioni». A volte non senti il bisogno di staccare? «Oltre a Quarto Grado lavoro a Studio Aperto e non ho | molto tempo libero a disposizione. Appena posso, però, I esco con gli amici per ricari- | care le pile, come ho fatto an- ! che a Capodanno. Un ottimo 1 modo per staccare davvero è optare per vacanze last minute. Così non devo neanche pensare all’organizzazione». Concediamoci un’ultima domanda più leggera: secondo lo studio dell’Associazione di sessuologi “Donne e Qualità della Vita”, gli italiani ti hanno incoronata come la telegiornalista più sexy della televisione. Che effetto ti fa? «Quando l’ho scoperto mi ha fatto molto sorridere. Anche perché io non mi trovo particolarmente sexy e, A in ogni caso, preferisco tenere sempre un’im- jÉP magine seria e sobria, in linea con il lavoro che svolgo».

http://colostrumnutrient.com/?p=do-essay-writing-services-really-work