Prodi: non andrò alle primarie Nel Pd rissa su congresso e Pse

L’addio del padre nobile è doloroso, quanto definitivo. Romano Prodi non si metterà in fila ai gazebo delle primarie, non scriverà sulla scheda il nome di Renzi, né quelli di Cuperlo, Civati o Pittella. Per restare coerente con se stesso non ritirerà la tessera e starà alla larga dalla sua creatura, anche l’8 dicembre. «Non per polemica, ma ho deciso di ritirarmi dalla vita politica — conferma l’ex premier inaugurando la nuova sede di Telereggio —. Non sono un uomo qualunque, se voto alle primarie devo dire per chi, come e in che modo». Dopo il bruciante tradimento dei 101 parlamentari «dem» che gli sbarrarono la strada per il Colle, il professore ha fatto un passo indietro. E la notizia è che non intende ripensarci, anche se si augura che alle primarie vadano a votare in tanti. Al Nazareno temono che questa volta non si arrivi nemmeno alla metà di quei quattro milioni che nel 2005 votarono alle primarie di coalizione e scelsero proprio Prodi. «Credo che ci sarà una buona presenza… » fa scongiuri Guglielmo Epifani, che dice di non nutrire particolari timori e però ricorda come, «mediamente», la partecipazione in Italia sia in discesa. Nel Pd c’è un clima mesto, non troppo amichevole. L’idea del segretario di organizzare per la prima volta a Roma, a febbraio, il congresso del Partito socialista europeo, scatena una nuova polemica. Per Epifani sarebbe un grande onore, «un segno di appartenenza che dice quali sono le nostre radici e i nostri legami»… Per i cattolici di Fioroni sarebbe invece «un grave errore», che porterebbe al ritorno della Margherita e dunque alla scissione. Alle primarie manca un mese ed è ormai una lotta tutti contro tutti. C’è la Cgil che attacca Matteo Renzi. E c’è il sindaco di Firenze che, nella mail inviata a 450 mila iscritti, chiede ai dirigenti di non fargli fare la fine di chi lo ha preceduto. Il partito che il sindaco sogna dovrà spazzare via le correnti, tornare a vincere e cambiare l’Italia, ma «senza gli intrighi del passato, dove quando abbiamo vinto abbiamo mandato a casa i nostri leader». Una rivoluzione che Renzi vuol fare restando a Palazzo Vecchio per un altro mandato, convinto che la doppia sfida sia alla sua portata. Ma Gianni Cuperlo, dal palco del teatro Elfo di Milano, lo attacca: «Se ti candidi a cambiare tutto nella sinistra e nel Paese non lo fai come secondo lavoro. Nei ritagli di tempo. C’era quel vecchio film con Eddie Murphy, Una poltrona per due. In Italia di solito il titolo diventa Due poltrone per uno…». Cuperlo pensa che la sinistra può tornare a vincere, grazie a quella «rivoluzione della dignità» che dà il titolo alla sua corsa contro Renzi, del quale prova a smontare il progetto. Critica l’idea di un «leader solitario» e ribalta le critiche del favorito ai sindacati: «Senza dei corpi sociali organizzati prevale la destra». Cita Gramsci, Calamandrei, Amartya Sen. Apre a Sel, il partito di Vendola e Pisapia. Declina concetti come «deragliamento creativo» e «pensiero eretico». E anche sul tesseramento gonfiato si schiera dalla parte opposta di Renzi: «Chi propone di azzerare le differenze tra iscritti ed elettori sta proponendo di sciogliere il Pd». Epifani, al fianco di Cuperlo a Milano, è convinto che stoppare il tesseramento sia stato «un atto giusto». Mentre non gli è affatto piaciuto il tempismo con cui Renzi ha detto che la Cancellieri doveva lasciare. «Abbiamo agito bene», lo ha stoppato il segretario. E se Epifani ritiene che le iscrizioni vadano riformate, Renzi invita a non fare di tutta l’erba un fascio: «Chi spara nel mucchio dovrebbe fare i nomi e i cognomi, altrimenti diamo l’impressione che i 370 mila che vanno a votare sono 370 mila imbroglioni e non è così.