Premier-sindaco, contratto a gennaio Ma sulla legge elettorale non c’è intesa

Per convincere anche i più scettici del «buon clima » e del reciproco impegno a collaborare, il presidente del Consiglio e il leader del Pd si sono fatti fotografare allegri e sorridenti nello studio del capo del governo, tre scatti che lo staff di Palazzo Chigi ha diffuso attraverso i social network. «Incontro lungo, positivo e fruttuoso, lavoreremo bene insieme» è l’impegno che Enrico Letta e Matteo Renzi hanno assunto pubblicamente dopo un vertice di quasi un’ora e mezza, che ha visto le reciproche diffidenze restare (ufficialmente) fuori dalla porta. E a sera, prima di salire «molto contento» sul volo di Stato diretto a Johannesburg per la commemorazione di Nelson Mandela, il premier conferma le sue sensazioni ottimistiche sul rapporto con il nuovo segretario del Pd: «I nostri obiettivi sono convergenti, vedrete che funzionerà. Il 2014 sarà un anno positivo e stabile per l’Italia». E se qualcuno è rimasto deluso per i nomi che Renzi ha voluto in segreteria, Letta invece gli ha fatto i complimenti: «Mi piace la tua squadra, Matteo». Parlare di un patto di ferro sarebbe eccessivo, vista la scarsa empatia tra i due e le forti differenze caratteriali. Ma un’intesa di massima il premier e il segretario l’hanno trovata, in due punti. Il primo è l’orizzonte del governo. Nel 2014 si fanno le riforme per far ripartire la crescita e l’occupazione, mettere al sicuro le istituzioni e impostare al meglio il semestre europeo. E nella primavera del 2015, con una nuova legge elettorale, si torna a votare. Il secondo punto è che l’accordo sarà formalizzato a gennaio, quando Letta e Renzi sottoscriveranno un «vero contratto di coalizione» alla tedesca, che dovrà avere il via libera anche di Alfano e Monti. «Sarà un’agenda dettagliata delle cose da fare, impostata dal Pd, che il governo dovrà seguire, altrimenti, se non ci sono le condizioni si va a votare», spiega il neo segretario ai suoi, precisando poi che la «verifica in Aula è quindi, di fatto, una pura formalità ». Oggi pomeriggio Letta chiamerà Renzi dal Sudafrica per concordare gli ultimi dettagli prima del discorso alla Camera. Il nodo è la legge elettorale, la partita più complicata e insidiosa su cui un accordo è ancora tutto da costruire. Confermato il pilastro di partenza — cioè che entrambi sono «bipolaristi convinti » e che un Mattarellum riveduto e corretto potrebbe essere una base di partenza—Renzi è contrario a un intervento del governo su questa materia e ieri lo ha ribadito a Letta con la consueta franchezza. Il premier non ha deciso se impegnare l’esecutivo oppure no e forse non scoprirà le carte neppure domani, nel lungo intervento della fiducia alla Camera. E se il segretario vuole che la nuova legge elettorale somigli a lui e al «suo» Pd, Letta non intende tagliare fuori Nuovo centrodestra e Scelta civica: «Sia chiaro Matteo che l’accordo deve essere con tutti gli azionisti di maggioranza, nel metodo e nel merito». E il leader, secco: «Enrico, ovviamente è auspicabile trovare un accordo con le forze di maggioranza… Ma se Alfano dice di no, io cerco i voti per la legge elettorale altrove. Con chiunque ci sta». Letta però si fida, ha apprezzato le parole di lealtà pronunciate da Renzi. Quando ha detto che la sfiducia al governo non è all’ordine del giorno il premier lo ha preso alla lettera. «Nel Pd gli elettori contrari alle larghe intese sono soltanto il 14 per cento, tanti quanti sono i voti di Civati», ha detto ai suoi. Di più, Letta pensa che un segretario forte non possa che spingere sul pedale delle riforme, a cominciare da quelle istituzionali: riduzione del numero dei parlamentari, fine del bicameralismo perfetto e azzeramento del finanziamento. La prima scossa sui soldi ai partiti è in arrivo. Se entro dicembre il Parlamento non licenzia le nuove norme si fa il decreto, con l’ok di Renzi. Un altro fronte insidioso è l’Europa. Il segretario ha spronato Letta a imporsi di più: «L’Italia è un Paese prostrato, non c’è accenno di ripresa, di crescita, la protesta monta dovunque, e non si tratta solo di Grillo… Non possiamo farci dettare la linea dalla Ue». E di questi ammonimenti il capo del governo, che teme l’onda del populismo antieuro, ha già iniziato a tenere conto. Parlando al forum Italia- Spagna ha promesso una svolta. Basta con l’austerità, il primo luglio con il semestre di presidenza italiana comincia «la legislatura della crescita».