Poste, parte la privatizzazione alla tedesca

L’orientamento politico sulla privatizzazione delle Poste italiane era già emerso l’11 dicembre scorso con l’annuncio del premier Enrico Letta. Ma con l’incontro che si è tenuto ieri presso Palazzo Chigi è stato avviato l’iter tecnico in vista del nodo principale che riguarda l’azionista Tesoro: la valorizzazione del gruppo postale. Alla riunione, oltre all’amministratore delegato, Massimo Sarmi, erano presenti il viceministro dello Sviluppo economico Antonio Catricalà con il suo staff, un rappresentante dell’autorità di riferimento, l’Agcom (non c’era il presidente Marcello Cardani), il sottosegretario alla Presidenza Filippo Patroni Griffi e il Ragioniere dello Stato Daniele Franco. Il modello di riferimento, volendo cercare un benchmark internazionale, dovrebbe essere quello tedesco immaginato dallo stesso Sarmi, con la possibilità di una piena partecipazione dei dipendenti alla privatizzazione non solo in termini di azioni (l’ipotesi è che con una cessione sul mercato che potrebbe arrivare al 40% del capitale complessivo il 3-5% debba essere riservato a loro) ma anche in termini di governance. In poche parole un rappresentante sindacale potrebbe accedere al board (il 51% dei dipendenti delle Poste ha una tessera Cisl). In realtà al centro del tavolo di ieri c’erano nodi molto più tecnici ma non meno importanti per la quotazione come il quadro regolatorio, il risparmio postale e le convenzioni delle Poste con l’ex azionista di Cassa Depositi e Prestiti. Il peso del risparmio postale è molto significativo sia per il soggetto statale che fa cassa tramite la Cdp sia, in termini di business complessivo, per le Poste. Fino ad ora il rapporto è stato regolato da una convenzione triennale, peraltro scaduta proprio lo scorso 31 dicembre. In vista dell’Opvs (Offerta pubblica di vendita e sottoscrizione) si starebbe valutando se abbia più senso in termini di valorizzazione del gruppo dare una natura contrattuale al rapporto allungando anche i termini. Si potrebbe passare in questo senso a 5 anni. Ma nulla è stato deciso per ora. Di certo l’uscita della Cdp (nel 2010 fu effettuato lo swap del 35% del gruppo postale dalla Cdp al Tesoro che così controlla il 100%) facilità il passaggio in Borsa eliminando un conflitto di interessi potenziale tra i due soggetti. Peraltro proprio ai tempi dello lo swap Deutsche Bank in un report aveva valutato il gruppo a 10 miliardi di euro. Dunque il collocamento del 30-40% potrebbe valere dai 3 ai 4 miliardi anche se non c’è per ora un aggiornamento che la stessa banca potrebbe avere allo studio. In termini di natura giuridica le Poste sono già una Società per azioni e sia Bancoposta che Poste Vita sono business unit e non società a parte. Peraltro prima che prevalesse il progetto di Sarmi il Tesoro aveva studiato l’ipotesi di quotazione parziale di queste due ultime realtà. Ma l’iter rischiava di comprimere il livello di valorizzazione complessivo. Resta la questione del contratto di programma delle Poste con lo Stato, scaduto da circa due anni e con rilevanti crediti che si trascinano. In vista dell’iter la risoluzione di questo nodo potrebbe valere fino ad altri 2 miliardi. L’atto formale potrebbe essere un decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri. Il dossier che ha subìto una evidente accelerazione potrebbe arrivare in porto anche in pochi mesi.