Piano per una sola Camera forte e un sistema tedesco «corretto»

La sentenza della Consulta ha prodotto un cratere che rischia di inghiottire il sistema. Perciò il governo ha approntato un cantiere, con ingegneri, operai e arnesi utili alla ricostruzione. Manca però l’intesa sul progetto, è questo il problema. E attorno al tavolo da disegno si attende l’arrivo del nuovo segretario del Pd per tentare un accordo di maggioranza «prima di Natale», come sostiene il ministro Quagliariello, che insieme al collega Franceschini ha già organizzato il piano di lavoro: i due rami del Parlamento verrebbero impegnati fin da gennaio, spartendosi le riforme istituzionali e la legge elettorale, così da inaugurare almeno una parte dell’opera «nella prossima primavera». Ma sul progetto sono ancora troppe le varianti per capire se e come si arriverà a un compromesso, sebbene la bozza sia da tutti (o quasi) condivisa: la modifica del sistema bicamerale, la fiducia al governo assegnata a una sola Camera, un meccanismo di voto che garantisca il bipolarismo. Tuttavia, appena si scende nei dettagli, si comprende la difficoltà del piano. Quale sorte toccherà a palazzo Madama? Resterà l’aula di un’Assemblea elettiva con l’elezione di duecento senatori, come prefigurano a Palazzo Chigi, o diverrà rappresentanza delle Autonomie, come chiede Renzi? Siccome tra gli obiettivi delle riforme c’è anche la riduzione del numero dei parlamentari, nel primo caso i deputati scenderebbero a 480, nel secondo resterebbero 630. E resterebbe da capire cosa ne pensano i senatori. Una cosa è certa: con la fine delle larghe intese il progetto riformatore si ridimensiona, perché—dovendo procedere con lo strumento dell’articolo 138 — l’iter si fa più lento. E se alla revisione del bicameralismo e al taglio dei parlamentari, si uniscono la fine del finanziamento pubblico ai partiti, l’abolizione delle Province e la legge elettorale, c’è il rischio che il cantiere vada in tilt. Così salta la prospettiva di modificare la forma di governo, e la variante si ripercuote sulla trattativa per il nuovo modello di voto, e ne restringe il campo della scelta. L’intesa sul doppio turno di collegio, caro al Pd, per Alfano non può essere disgiunto dal semi-presidenzialismo, di qui il suo «no». Troppi schizzi, va trovato un ordine ai disegni. E Renzi deve avere un ruolo tra i progettisti, perciò il governo aspetterà la prossima settimana per presentare la bozza di riforma delle istituzioni in Consiglio dei ministri. Sulla legge elettorale invece si prende del tempo, perché—come ha spiegato il premier—bisogna leggere le motivazioni con cui la Consulta ha bocciato il Porcellum. È una necessità tecnica che cela un obiettivo politico: siccome la Corte si prenderà un mese per redigere il testo, le motivazioni non arriveranno prima di gennaio, in concomitanza con la chiusura della finestra elettorale di marzo… Il tempo servirà anche per far decantare la situazione, sebbene si stia già lavorando attorno un modello simile al tedesco: un meccanismo proporzionale con soglia di sbarramento molto alta e un premio di maggioranza del 15%. L’idea— accennata ieri da Violante sulla Stampa — è guardata con interesse in entrambi gli schieramenti, ma va messa a punto perché c’è divergenza su un ipotetico secondo turno che dovrebbe assegnare il premio alla coalizione vincente. È da vedere se il test supererà la fase dello startup, tuttavia non c’è dubbio che molti progettisti siano al lavoro sulle varianti e sulle simulazioni di voto. Su un punto però il governo è intransigente: non si può procedere al varo di una nuova legge elettorale senza un restyling istituzionale, visto che—con due Camere e tre poli—qualsiasi modello di voto non garantirebbe la governabilità dopo la sfida nelle urne. Se così stanno le cose, non si capisce la grottesca disputa tra Camera e Senato, che si contendono l’esame iniziale della legge elettorale: o c’è un’intesa politica che metta d’accordo i due rami del Parlamento (e in tal caso il governo è propenso a far partire la riforma del sistema di voto da Montecitorio) oppure l’operazione non avrebbe senso oggi. Oggi, perché fino a mercoledì—fino alla sentenza della Consulta — in molti, anche nel Pd «tendenza Letta», attribuivano a Renzi un piano per arrivare alle urne in marzo: spostare alla Camera l’esame della riforma, fare approvare una «legge bandiera» che sarebbe stata bocciata dal Senato, e andare così alle elezioni con il Porcellum. Quel piano è saltato, e i partiti oggi non sarebbero in grado di reggere un sistema proporzionale puro con le preferenze: con la polverizzazione del consenso altro che larghe intese, si profilerebbe il fantasma di Weimar. Perciò è inevitabile cercare un compromesso. Anche per Renzi, furioso per «quella sentenza che è stata scritta contro di me».