Per Time è Francesco Persona dell’Anno «Ha cambiato la percezione della Chiesa»

Leggendo la nuova esortazione apostolica di papa Francesco e rivisitandola con quella particolare sensibilità al linguaggio che può avere un orecchio americano, sono rimasto anch’io colpito, sulle prime, dalla faziosità e infondatezza di cinque o sei frasi del Pontefice. Ma riesaminando il testo completo nella traduzione inglese attraverso lo sguardo di quel professore-vescovopapa nato e cresciuto in Argentina, ho cominciato ad avvertire qualche simpatia per le espressioni utilizzate da papa Francesco. Chiunque voglia commentare le tematiche economiche di Evan- gelii gaudium dovrebbe tener presente, sin dall’inizio, che questa esortazione non intende trasmettere le opinioni del Pontefice in materia di politica economica, ma semplicemente una serie di consigli e ammonimenti pastorali. Nel brano 51 papa Francesco scrive: «Non è compito del Papa offrire un’analisi dettagliata e completa sulla realtà contemporanea, ma esorto tutte le comunità ad avere una «sempre vigile capacità di studiare i segni dei tempi»… In questa Esortazione intendo solo soffermarmi brevemente, con uno sguardo pastorale, su alcuni aspetti della società che possono arrestare o indebolire le dinamiche del rinnovamento missionario della Chiesa, sia perché riguardano la vita e la dignità del popolo di Dio, sia perché incidono anche sui soggetti che in modo più diretto fanno parte delle istituzioni ecclesiali e svolgono compiti di evangelizzazione. Pur tuttavia, alcune delle pesanti critiche mosse da questo testo appaiono talmente appassionate e mirate da smentire la normale serenità e generosità di spirito che caratterizzano papa Francesco. E naturalmente, su queste critiche si sono avventati i media, come Reuters e il Guardian. Tra di queste ricordiamo «le teorie della ricaduta favorevole», la «tirannia invisibile », l’«idolatria del denaro», l’«inequità», e la necessità di un «ritorno dell’economia e della finanza ad un’etica in favore dell’essere umano». Ma allora perché, si chiede Mary Anastasia O’Grady, una delle più attente osservatrici dell’America latina, «la stragrande maggioranza dei poveri e dei disperati si concentra in quei Paesi dove lo Stato si è arrogato un ruolo determinante nell’economia»? Da Max Weber in poi, il pensiero sociale cattolico è stato accusato di essere la causa della povertà in molte nazioni cattoliche. E proprio su questo versante, papa Francesco inavvertitamente rafforza le tesi diWeber. Sarebbe auspicabile chiedere a uno storico dell’economia di inserire nel contesto appropriato ciascuna di queste accuse gravi e provocatorie, e di spiegare a che cosa voglia alludere in ciascun caso l’autore, allo scopo di controbattere l’uso strumentale che se ne fa nei mezzi di comunicazione odierni. Vorrei concentrarmi brevemente su un’unica affermazione del Pontefice: la sua superficiale allusione alle teorie della «ricaduta favorevole». In questo caso, l’equivoco potrebbe nascere dallo scarto netto che si avverte tra la traduzione ufficiale inglese fatta dal Vaticano e il testo originale spagnolo redatto dal pontefice. Scrive il Papa: «En este contexto, algunos todavía defienden las teorías del “derrame,” que suponen que todo crecimiento económico, favorecido por la libertad de mercado, logra provocar por sí mismo mayor equidad e inclusión social en el mundo». Leggiamo ora l’infelice versione inglese: «In this context, some people continue to defend trickle-down theories which assume that economic growth, encouraged by a free market, will inevitably succeed in bringing about greater justice and inclusiveness in theworld». La traduzione inglese di «derrame» con «trickle-down» introduce un significato nettamente diverso e conferisce un tono duro e iroso all’intero passaggio. Occorre precisare che solo coloro che osteggiavano il capitalismo, le riforme di Reagan e la politica dei repubblicani a seguito del tracollo economico degli anni di Carter, ricorrevano all’espressione dispregiativa «trickle-down» proprio per mettere in ridicolo ciò che accadde durante gli anni di Reagan, e cioè una forte mobilità sociale verso l’alto. (Vedere a questo proposito il mio articolo «I ricchi, i poveri e il governo Reagan»). Tutti coloro che esaltano i successi del capitalismo per risollevare i poveri dalla miseria non fanno uso di questa parola, poiché definiscono il classico movimento delle economie capitalistiche proprio in termini di mobilità verso l’alto per i poveri: risalita dell’occupazione, crescita dei salari, nuovo slancio di iniziativa personale e nuove imprese, occasioni senza precedenti di sviluppo e progresso per i meno abbienti, la possibilità per gli immigrati di uscire dall’indigenza in meno di dieci anni, e il «proletariato» della classe operaia che si trasforma in una classe media in grado di comprarsi la casa e di mandare i figli all’università. Evangelii gaudium afferma che tale opinione «non è mai stata confermata dai fatti», anzi, essa «esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del potere economico imperante». In Argentina e in altri sistemi statici, privi di ogni meccanismo di mobilità sociale, questo commento sarebbe comprensibile. Laddove invece, come in America, intere generazioni dimostrano l’efficacia della mobilità sociale, l’affermazione del Papa non corrisponde affatto al vero. La mobilità sociale promossa da alcuni sistemi capitalistici rappresenta la realtà vissuta e sperimentata da una vasta percentuale della popolazione americana, e non già una «fiducia grossolana e ingenua». «Ricaduta favorevole» non è la descrizione esatta di quanto è accaduto in questo Paese; qui abbiamo assistito piuttosto al fenomeno della «ricchezza che scaturisce dal basso». Ed è precisamente questo il fenomeno che continua ad attirare milioni di immigrati nella nostra economia. Per di più, nella traduzione inglese di Evangelii gaudium si legge che la crescita economica produrrà «inevitabilmente » maggior giustizia e inclusione sociale (equidad e inclusión so- cial). Nel testo spagnolo non vi è traccia di questo avverbio. L’espressione più moderata (e accurata) in spagnolo è por si mismo, «di per sé». A differenza della versione inglese, il testo originale spagnolo vede giusto: ci vuol ben altro, al di là della crescita economica, per creare «maggior equità». Ci vogliono la legalità, la tutela dei diritti naturali, la solidarietà che la fede giudaico-cristiana ha sempre profuso a favore della vedova, dell’orfano, dell’affamato, del malato, del carcerato: in breve, ci vuole l’interessamento fattivo ed efficace per tutti i deboli e i bisognosi. Malgrado i suoi difetti più vistosi, specie nell’industria dell’intrattenimento — musica pop, immagini spinte, tendenze discutibili—il sistema americano si è dimostrato più «inclusivo » verso i poveri di qualunque altra nazione della terra. Due sono gli aspetti di Evangelii gaudium che ho apprezzato in modo particolare. L’intero cosmo, e la vita umana nel suo insieme, scaturiscono dalla vita interiore del Creatore, dalla caritas, quell’amore creatore che tutto accoglie e illumina che è Dio. Come l’erudito e brillante Benedetto XVI ha dimostrato nella sua prima enciclica, Deus caritas est, tutto ciò che è essenziale alla vita umana prende inizio nella caritas divina. Pensiamo alla nostra vita: non rappresenta forse l’amore che proviamo per il coniuge, per i figli, per gli amici intimi, l’esperienza più «divina» che conosciamo? Per questo motivo il pensiero sociale cattolico inizia nella caritas. Ed è per questo che i poveri sono al centro dell’impegno e della pratica del cristianesimo. Il secondo aspetto che condivido con l’Evangelii gaudium è l’attenzione prestata al più grande dovere pratico della nostra generazione: spezzare le ultime catene della povertà. Nel 1776 viveva sulla terra meno di un miliardo di esseri umani. Si trattava per lo più di poveri che languivano sotto il peso della tirannide. Appena due secoli più tardi, ecco che la terra conta oltre sette miliardi di uomini. Le grandi scoperte e invenzioni mediche hanno raddoppiato in brevissimo tempo l’aspettativa media di vita, riducendo drasticamente la mortalità infantile e curando centinaia di malattie. Il progresso economico ha fatto sì che l’85 percento della grande famiglia umana sia ormai uscito dalla povertà — più di un miliardo dal 1950 ad oggi, e un altro miliardo dal 1980. Ma ancora un miliardo di esseri umani è condannato a patire le sofferenze della miseria e dell’emarginazione. È compito di tutti noi, ebrei, cristiani e uomini di buona volontà, liberarli da queste catene. Le preghiere dei credenti durante le funzioni domenicali non hanno alcun senso se non sono convalidate dalle azioni pratiche quotidiane a favore dei poveri. Chi non aiuta i poveri non ama Dio.