Pensioni sterilizzate, ecco i conti Inmedia la perdita è di 600 euro

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Buone notizie (almeno così sembra) sul fronte delle pensioni più basse, per le quali si cercherà di intervenire sull’indicizzazione degli assegni colpiti ancora una volta dallo stop agli aggiornamenti Istat. Questa appunto è l’intenzione espressa dai relatori della commissione Bilancio del Senato che oggi comincerà ad esaminare la pioggia di emendamenti caduta alla legge di Stabilità. E il via libera a un correttivo può essere considerato quasi certo, visto che anche lo stesso governo starebbe valutando la possibilità di allentare il blocco dell’indicizzazione. Le proposte di modifica presentate in commissione Bilancio al Senato però non collimano del tutto. Da una parte (Pd) si punta ad attenuare la deindicizzazione per le pensioni tra 4 e 6 volte il minimo (ovvero sopra i 1.500 euro). E, per reperire le risorse necessarie, si propone di far scattare il contributo di solidarietà sulle pensioni elevate (nella misura del 5%) già a 90 mila euro anziché a 150 mila come attualmente previsto, e di farlo poi lievitare con il crescere del reddito. Ma il rafforzamento del contributo di solidarietà non convince troppo l’altro grande partito della maggioranza (Pdl), che è d’accordo nel rendere meno stringente il blocco dell’indicizzazione lasciandolo in versione integrale solo per gli assegni oltre 6 volte il minimo, ma vincolandolo ad un limite anagrafico (ad esempio 68 anni di età) oltre il quale la pensione non può essere toccata. Di cosa parliamo è presto detto. Prima della riforma Monti- Fornero, l’adeguamento pieno all’inflazione riguardava tutte le pensioni fino a tre volte il trattamento minimo e scendeva al 90% per gli importi fra 3 e 5 volte il minimo e al 75% oltre 5 volte il minimo. Con la legge di Stabilità 2014, fermo restando l’adeguamento al 100% per le pensioni fino a tre volte il minimo, si scende al 90% per i trattamenti fra tre e quattro volte; al 75% per gli importi compresi fra quattro e cinque volte; e al 50% per quelli superiori a sei volte (solo per il 2014 viene esclusa ogni rivalutazione). Inoltre, il meccanismo di rivalutazione non avverrà più per scaglioni. In sostanza, vuol dire che le riduzioni, quando previste, riguardano l’intero assegno e non solo la parte eccedente la soglia garantita. Il risultato: una media di 600 euro in meno nel triennio 2014-2016. Questa è secondo le proiezioni la perdita prodotta per circa 5 milioni di pensionati dal nuovo meccanismo. Più in dettaglio, nel 2014 la perdita sarà mediamente di 170 euro, nel 2015 di 210 euro e nel 2016 di 220 euro. Per la fascia che da va da 3 a 4 volte la soglia minima la perdita sarà meno consistente, ossia di 26 euro nel 2014, di 39 euro nel 2015 e di 45 euro nel 2016. Per quella che invece va da 4 a 5 volte la soglia minima sarà di 78 euro per il 2014, di 116 euro nel 2015 e di 123 euro nel 2016. Da 5 a 6 volte la soglia minima, infine, sarà di 182 euro nel 2014, di 309 euro nel 2015 e di 319 euro nel 2016. Per le pensioni d’importo superiore a 6 volte il trattamento minimo (sopra i 3 mila euro lordi, pari a poco più di 2 mila al netto delle tasse) l’indicizzazione sarà bloccata per il 2014, con una perdita per questo anno di 403 euro per i pensionati che si trovano in questa fascia. Queste pensioni continueranno però a perdere il proprio potere d’acquisto anche dopo il ripristino dell’indicizzazione, con -404 euro nel 2015 e -417 euro nel 2016. Parliamo comunque di cifre al lordo dell’Irpef. A proposito di rivalutazione, non va peraltro dimenticato che dal 1992 le pensioni non sono più agganciate agli aumenti contrattuali dei lavoratori in attività, ma solo all’inflazione, e in modo parziale. In vent’anni, insomma, gli assegni Inps hanno visto evaporare notevolmente il loro potere d’acquisto. A minori aumenti per i pensionati corrispondono minori esborsi per lo Stato, crescenti nel tempo e poi strutturali dal 2017 in poi, perché le somme perse non saranno mai recuperate dagli interessati. Anche dal punto di vista dei conti pubblici va considerata la divaricazione tra lordo e netto, visto che un mancato incremento della pensione provoca anche una riduzione dell’Irpef che sarebbe stata incassata se questo ci fosse stato. Per il 2014 il risparmio è stimato in 580 milioni, che diventano 380 al netto degli effetti fiscali; nel 2016 si arriverebbe a 2,2 miliardi, di cui però solo 1,4 effettivi. Certo, il vincolo dei conti ha costretto i governi a intervenire più volte sul sistema pensionistico. La riforma Fornero consentirà di risparmiare qualcosa come 93 miliardi di euro. Prima c’erano stati Amato, Dini, Maroni, Prodi: le riforme previdenziali sono state probabilmente gli interventi che più hanno consentito di tenere l’Italia a galla. E in qualche modo i pensionandi, e i pensionati, hanno il merito di aver fatto i sacrifici necessari per aiutare i conti pubblici. Ma è arrivato il momento di lasciarli, in qualche modo, stare. Di cercare altrove le risorse necessarie.