Patto tra sindaco e premier, la spinta del Colle

Non sembra accorgersi del gruppo di contestatori chiusi in un angolo di piazza Scala: nella serata della prima le proteste (più o meno creative come una «contro-Traviata») sono un classico. Ma i fischi che si mischiano con gli applausi all’uscita dall’albergo, per quanto fossero pochi e isolati, quelli li ha sentiti di sicuro, salendo in macchina. E, per quanto compensati dai ripetuti battimani nel teatro, rappresentano una novità che non può non avergli fatto venire in mente le tensioni che percorrono il Paese. La spia di una guerra di tutti contro tutti che ha messo nel mirino anche lui, il presidente della Repubblica, con un crescendo di attacchi e provocazioni sfociate addirittura nella pretesa di metterlo in stato d’accusa. Perché è proprio una richiesta di impeachment quella che il Movimento 5 Stelle annuncia di voler portare davanti al Parlamento e che trova un’inaspettata apertura di credito da parte di esponenti di spicco di Forza Italia. Certo, Silvio Berlusconi non lo sta ancora chiamando in causa esplicitamente, e questo permette (per il momento) a Giorgio Napolitano di evitare repliche che non resterebbero inevase e che lo trascinerebbero nel gorgo di una polemica infinita. È però chiaro che, quando il Cavaliere parla di «alti organi di garanzia alleati con i pm e la sinistra», mette in discussione la tenuta dello stesso sistema. Non a caso, alcuni media che fiancheggiano Fi, in sinergia con i 5 Stelle, già pubblicano l’elenco dei 148 parlamentari di cui si vorrebbe la cacciata in quanto «abusivi». Con il sottinteso che altri dovrebbero seguirli a ruota… Ecco il punto politico su cui si concentrano le preoccupazioni del capo dello Stato: l’ipotesi che si crei un asse tra l’ex premier e Grillo mirato a uccidere subito il governo e la legislatura. Infatti, se i partner di una simile alleanza, fino a ieri inconcepibile, optassero per una strategia di sistematico sabotaggio, squassando così la residua credibilità delle istituzioni, allora tutto sarebbe a rischio. Specialmente se le prime prove di una tale saldatura cominciassero al Senato, dove la strana accoppiata d’opposizione disporrebbe di numeri pesanti. Scenario fosco, di cui il presidente non vuole parlare, glissando il pedinamento dei cronisti. Tra un paio di mostre d’arte e l’appuntamento scaligero, questo è un giorno di relax e di silenzio. Tuttavia, anche se è proverbialmente abituato a «governare le passioni», la serenità sarebbe oggi una virtù sovrumana pure per lui (che la ostenta). Chi gli ha parlato nelle ultime ore racconta di un Napolitano concentrato soprattutto sulla sfida alle Camere di mercoledì. Variabile determinante di quel passaggio, verso il quale il Quirinale è comunque ottimista, è rappresentata dagli accordi tra l’inquilino di Palazzo Chigi e il segretario del Partito democratico che uscirà dalle primarie di oggi (incarico che, secondo ogni previsione, andrà a Matteo Renzi). Un patto tra i due, auspice il capo dello Stato, dovrebbe sperabilmente essere siglato fin dalle prossime ore. Cioè prima che Enrico Letta si rivolga alla Camere con un discorso annunciato come «forte », per chiedere una fiducia in grado di garantirgli una seria «ripartenza». Tale da proiettarlo verso l’orizzonte della primavera 2015. E l’intesa, considerate le divisioni interne in casa democrat, si dovrebbe fondare non soltanto sull’obiettivo minimalista di una riforma elettorale di salvaguardia, chiamiamola così, giusto per anticipare le motivazioni della sentenza della Cassazione. Basta ricordare che tre giorni fa, da Napoli, il presidente ha spiegato come una soluzione adeguata ai tempi (ossia al malessere di una società sempre più confusa dal marasma e dunque tentata dall’antipolitica) dovrebbe contemplare anche «la riduzione del numero dei parlamentari e il superamento del bicameralismo paritario ». Servirebbe insomma impegnare la responsabilità di tutti su un piccolo ma realizzabile «pacchetto». Il resto del discorso di Letta, anzi, il suo nucleo più incisivo per ricercare il consenso, sarà tutto dedicato all’economia. Con la promessa di un’accelerazione su almeno quattro fronti critici: dal problema della disoccupazione, e in particolare quella giovanile, a interventi incisivi sul cuneo fiscale; dal processo delle privatizzazioni alla revisione della spesa.