Papa Francesco: Le sue parole arrivano anche a chi non crede

Ci avevamo visto bene. Quando abbiamo deciso di dedicare la copertina dello scorso numero a Papa Francesco, sapevamo che era la scelta giornalistica più giusta. Perché il 17 dicembre è il suo compleanno, certo, ma anche e soprattutto perché quest’anno è stato segnato dai suoi gesti e dalle sue parole. Gesti e parole che sono stati accolti anche da chi non si sente cattolico, da chi non lo è più o da chi appartiene ad altre religioni. Perché i suoi gesti e le sue parole hanno una dimensione religiosa nel senso più ampio e umano possibile. Toccano il cuore delle persone. Ma stanno compiendo anche una rivoluzione incredibile aH’interno della Chiesa cattolica e, per osmosi, anche nella società. E per lo stesso motivo che il settimanale americano Time lo ha proclamato «Persoti of thè year 2013» e gli ha dedicato la copertina. Un evento. È il terzo Papa cui viene assegnato il prestigioso riconoscimento, ma Giovanni XXIII lo ebbe nel 1962, al quarto anno di pontificato, e Giovanni Paolo II nel 1994, dopo 16 anni. Francesco dopo soli 9 mesi, grazie alla «velocità con cui ha catturato l’immaginazione dei milioni che avevano perso la speranza nella Chiesa», come si legge nella motivazione. E questo fa capire molte cose. Laconica la reazione in Vaticano: «Papa Francesco non cerca fama né successo, perché fa il suo servizio», ha commentato padre Federico Lombardi, portavoce della Sala Stampa. Ma, ha aggiunto, «se ne rallegra perché significa che molti hanno capito» il suo messaggio: «E un segno positivo che il premio sia attribuito a chi annuncia nel mondo valori spirituali, religiosi e morali e parla efficacemente in favore della pace e di una maggiore giustizia». 365 SPUNTI PER RIFLETTERE Noi abbiamo voluto fare di più: la prossima settimana, infatti, troverete con Oggi (dal 27 dicembre, a 2,90 euro, più il prezzo del settimanale) 2014 Un anno di gioia, un libro dedicato alle parole di Papa Francesco. È una sorta di “breviario”, una frase del Pontefice per ogni giorno dellanno, 365 citazioni, brevi frasi tratte da discorsi, omelie, saluti, documenti, e non mancano i tweet, una miniera di spunti per meditare e riflettere. Ma è qualcosa di più di una semplice raccolta. Le frasi delineano almeno tre tracce del pontificato di Bergoglio: il richiamo alla gioia, alla povertà e al rinnovamento della Chiesa. LA GIOIA PRIMA DI TUTTO «La vita dei cristiani addormentati è una vita triste, non è una vita felice. Il cristiano dev’essere felice», è il suo manifesto. Lo ha detto chiaro e tondo ai seminaristi e ai novizi nel luglio scorso: «La vera gioia non viene dalle cose, dall’avere. Nasce dall’incontro, dalla relazione con gli altri, dal sentirsi accettati, compresi, amati e dall’accettare, dal comprendere, d a ll’amare». E ancora, nella Domenica delle Palme: «Non siate mai uomini e donne tristi: un cristiano non può mai esserlo!». Ma in un’omelia chiarisce anche che questa gioia non è una sorta di “beatitudine new age”, ma qualcosa di più complesso e profondo: «Domandiamo al Signore la grazia delle lacrime (…). Piangere è frutto di tutto: del bene, dei nostri peccati, della grazia, della gioia pure». LA PAROLA «POVERTÀ» Povertà è una parola chiave nella sua predicazione. Al punto che – si dice – oggi in Vaticano sono tutti molto attenti a non ostentare auto di lusso e crocifissi d ’oro. Ma è una parola che coinvolge la società intera, l’uomo nella sua essenza: «Non possiamo mai rassegnarci di fronte al dolore di interi popoli, ostaggio della guerra, della miseria, dello sfruttamento. Non possiamo assistere indifferenti e impotenti al dramma di bambini, famiglie, anziani, colpiti dalla violenza», ha detto alla Comunità di Sant’Egidio, in settembre. Una chiarezza rivoluzionaria la sua. Scrive nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium: «Desidero una Chiesa povera per i poveri. Essi hanno molto da insegnarci. Finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri […] non si risolveranno i problemi del mondo». E poi fa ancora di più, detta in una riga la sua ricetta di economia e di giustizia sociale: «Non si può ridurre lo sviluppo alla mera crescita economica, conseguita, spesso, senza guardare alle persone più deboli e indifese», tuona nel messaggio per la Giornata del migrante. Perché, esorta in occasione dei 50 anni della Pacem in Terris, l ’enciclica sociale di Giovanni XX III, «si deve offrire a ognuno la possibilità di accedere effettivamente ai mezzi essenziali di sussistenza: il cibo, l’acqua, la casa, le cure sanitarie, l’istruzione». UNA CHIESA APERTA? Il modello di Chiesa di Papa Francesco è diverso da quello dei suoi due predecessori? In ambito cattolico nessuno è disposto ad affermare un concetto del genere. Anche se, tra le file dei più tradizionalisti, piovono critiche aperte su Bergoglio. Ma la percezione di coloro che – anche all’interno della Chiesa – non hanno mai amato una certa rigidità su preti sposati e comunione ai divorziati, per esempio, è che comunque è in atto un’apertura nel nome della misericordia di Dio: «La Chiesa sia sempre luogo di misericordia e di speranza, dove ognuno possa sentirsi accolto, amato e perdonato», è il tweet di Pontifex (cioè il Papa) del 16 giugno 2013. E ancora, alla veglia di Pentecoste con i Movimenti ecclesiali: «Una Chiesa chiusa è (…) una Chiesa ammalata. La Chiesa deve uscire da se stessa. Dove? Verso le periferie esistenziali, qualsiasi esse siano, ma uscire». Per finire con un vero e proprio manifesto di fede e coraggio dell’Evangelii Gaudium: «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze». Ecco perché Francesco è l’uomo dell’anno.