One Direction: Alla vigilia del blitz italiano, incontro con la band-fenomeno che fa impazzire il mondo

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MENTRE GLI INCENDI IMPERVERSANO sulle Blue Mountains, sporcando di fumo il cielo azzurro di Sydney, una marea di adolescenti isteriche, le guance rigate di lacrime, risale la rampa che porta al parcheggio dello Sheraton. Sono centinaia, migliaia: riempiono la strada, invadono i marciapiedi, spingono per raggiungere la hall. Chi agita un poster, chi slogan scritti con pennarelli fluo, chi un cellulare o un peluche. E non smettono di arrivare. Questa è la One Direction mania: un’isteria collettiva maniacalmente organizzata grazie a cellulari, Facebook, Twitter. Suo bersaglio, un gruppo di popstar che, nato all’ombra di X Factor, in neanche tre anni ha conquistato il pianeta e riportato il Regno Unito, per la prima volta dai tempi dei Beatles, alla leadership musicale del mondo. Cinque ragazzi di famiglie operaie dell’Inghilterra del Nord (unica eccezione Niall Horan, nato in Irlanda vent’anni fa) che sono riusciti a mettere insieme una fortuna stimata in 75 milioni di euro. Dal liceo al fantasmagorico mondo delle superstar: denaro, fama, potere, e frotte di bellissime ragazze che si lanciano loro addosso. Per gli spostamenti durante i tour, due jet privati (uno per le feste e uno per i momenti più tranquilli) e due bus organizzati più o meno con lo stesso criterio: «Nel bus “da svago” teniamo le Xbox, i Dvd e montagne di calzini vecchi e bucati», racconta Liam Payne, vent’anni. Il jet e il bus nella versione «tranquilla» sono attrezzati con le candele profumate di Harry Styles (le preferite della band sono di Jo Malone, all’anice e vaniglia), mascherine per dormire e calde coperte. Una vita così straordinaria ti porta, alla fine, a desiderare l’ordinario. Per esempio: Styles, diciannove anni, sogna la fine dei lavori di ristrutturazione della sua casa londinese. «L’ho comprata a inizio anno, poi ho deciso di ristrutturare la cucina e le cose sono andate un po’ più alla lunga del previsto: ci vorrà almeno fino a fine gennaio. Per il momento sto a casa di un amico».

LOUIS TOMLINSON, ventun anni, è uno dei tre membri della band sentimentalmente «occupati» (gli altri sono Zayn Malick, vent’anni, fidanzato da agosto con la cantante Perrie Edwards, e Liam Payne, legato alla modella Sophia Smith). Quando gli chiedo qual è il suo sogno in questo momento, sorride. «Vuole la “vera” verità? Starmene seduto nel giardino di casa con la mia fidanzata (Eleanor Calder, studentessa alla Manchester University, ndr), appena svegli, e bere con lei una tazza di tè in tranquillità». Quella tazza di tè rischia di dover aspettare. Così come rischia di dover aspettare l’altro sogno di Louis e dell’intera band: possedere un cane tutto loro. «Ci piacerebbe tanto, ma dovremmo trovare il tempo di prendercene cura. E noi, di tempo, ne abbiamo davvero poco». Ogni secondo della loro vita è pianificato in largo anticipo. Una giornata media inizia alle sei del mattino e termina all’una di notte. Le rare giornate di pausa devono essere organizzate come manovre militari. «È difficilissimo trovare un attimo libero », dice Liam, «e quando lo troviamo dobbiamo uscire camuffati con cappello e occhiali. Non sempre basta: appena qualcuno ci riconosce parte il tam tam sui social network, e nel giro di una ventina di minuti siamo circondati. L’altro giorno Louis e io volevamo fare surf. Eravamo appena usciti dall’auto e stavamo infilando le tute quando abbiamo visto qualcuno armeggiare con il cellulare. Quando siamo entrati in acqua, in spiaggia c’era già un gruppetto di persone. Che di per sé è una bellissima cosa, ma può diventare imbarazzante se stai cercando di imparare a stare in piedi sulla tavola e all’improvviso devi preoccuparti di non fare figuracce». Seduto al sole, nel cortile di uno studio fotografico alla periferia di Sydney, Liam sta cercando di spiegarmi che cosa significhi essere membro di una band il cui successo, in America, è persino più dirompente di quello dei Beatles. «Riesco a descriverlo solo con una parola: surreale. Non è possibile immaginare una cosa tanto incredibile, pazzesca e strana. Noi, perlomeno, non ce l’eravamo mai immaginata». Harry scuote il capo. «Sembra ieri che dovevamo solo preoccuparci per gli esami di maturità. Sembra ieri che, a X Factor, quando di sabato venivamo votati e passavamo il turno, ci guardavamo stupiti e pensavamo: l’abbiamo sfangata anche questa settimana». Tutto ciò accadeva tre anni fa. La band non vinse: il pubblico scelse Matt Cardle e gli One Direction – scartati ai casting come solisti, poi messi insieme dalla giudice Nicole Scherzinger (delle Pussycat Dolls) – arrivarono terzi. Ma giorni fa Cardle ha cantato a Londra davanti a un pubblico di neppure cento persone, gli One Direction sono invece al nono mese del tour Take Me Home. I biglietti per le sette date di Sydney, ventunmila posti a serata, sono andati esauriti nel giro di tre minuti. Nessuna band, dopo i Beatles, aveva conquistato l’America come l’hanno conquistata loro. I primi due album hanno dominato a lungo la vetta delle classifiche mondiali, e tanto è dato per scontato il trionfo del più recente – Midnight Memories – che i bookmaker non accettano scommesse. «Degli One Direction si può pensare quel che si vuole», mi dice Simon Cowell, inventore di X Factor nonché loro discografico. «Ma i numeri li hanno». Per esempio: dal prossimo aprile ripartiranno in tour – stavolta negli stadi, non nei palazzetti – e la richiesta di biglietti è stata così elevata che sono state organizzate in fretta e furia nuove date (in Italia quella all’Olimpico di Torino, aggiunta alle due milanesi a San Siro, e andata subito esaurita); hanno venduto (finora) dieci milioni di album; il loro film-documentario This Is Us ha incassato dieci milioni di dollari nella prima settimana; su Twitter possono contare su cento milioni di contatti.

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