“Non ne uscite vivi” Noi la ronda e i cartelli per Sharon

see By on 17 gennaio 2014
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home page Buying Essays Online Legit di Lorenzo Galeazzi e Tommaso Rodano Circondati, minacciati e picchiati con martelli e bastoni da una squadra organizzata, nel cuore del quartiere ebraico di Roma. In pieno centro. È il racconto inquietante di quattro giovani romani. Mostrano cicatrici, lividi, referti medici e l’atto della denuncia appena resa alle forze dell’ordine. Tre di loro preferiscono rimanere anonimi, il quarto – Vladimiro – “ci mette la faccia”, con tanto di mazzata poco sopra la nuca e un “bel buco”, ricucito con quattro punti di sutura. SUCCEDE TUTTO nella notte tra sabato e domenica, a poche ore dalla morte di Ariel Sharon. I quattro amici escono da un locale verso le 4. Si fermano a mangiare la pizza nella via storica del ghetto romano, Portico d’Ottavia, a pochi passi dalla sinagoga. Mentre si allontanano, Vladimiro ha un’idea sciocca e un gesto istintivo: stacca uno dei manifesti sui muri che commemorano “il leone” Sharon. È un attimo. I quattro vengono circondati – secondo la loro denuncia – da almeno una decina di giovani armati. Tutto succede all’improvviso, la “ronda” si materializza in pochi secondi. L’aggressione dura diversi minuti. Gli autori del blitz – se – condo chi denuncia – sono giovani (“Tra i 20 e i 25 anni”, ipotizza Vladimiro). Hanno mazze da baseball, spranghe e persino martelli. Alcuni portano kippah e barba lunga. I quattro ragazzi sono ricoperti d’insulti: “Vi spacchiamo la faccia”, “Da qui non uscite vivi”, “Che cazzo ci venite a fare nel quartiere ebraico?”. Gli viene intimato di inginocchiarsi, ma rifiutano (“Non per una questione d’or – goglio, ma in un pestaggio, in quella posizione, saremmo stati ancora più vulnerabili”). Gli urlano di andare via, ma mentre provano ad allontanarsi arrivano le botte alle spalle. Vladimiro subisce il colpo più pesante: una mazzata tra capo e collo che gli lascia una lacerazione profonda, suturata al pronto soccorso del Fatebenefratelli. Gli altri ragazzi rimediano brutte contusioni e qualche giorno di prognosi. Molto più grande è stato lo spavento. Vladimiro riconosce di aver commesso un gesto provocatorio, istintivo: “Non avrei dovuto farlo. La mossa sbagliata nel posto sbagliato. Ma non volevo essere aggressivo, ero quasi sovrappensiero. Ho le mie idee politiche su Sharon e sulla politica di Israele, ma non sono mai stato una persona violenta. Non avevo idea di poter scatenare una reazione del genere”. Anche perché gli aggressori sembravano tutt’altro che “im – provvisati”: “Sono arrivati insieme, come una ronda. Abbiamo visto prima un’auto – mobile, poi tutti gli altri. Uno di loro dava indicazioni – ri – corda un ragazzo – e ordinava di andare a prendere le armi in macchina”. L’EPISODIO somiglia in modo impressionante all’aggres – sione dei cinque attivisti del Teatro Valle, avvenuta nello stesso quartiere ebraico di Roma il 14 novembre 2012, dopo una manifestazione degli studenti. Allora la violenza fu ancora più cruda e gli assalitori si qualificarono come agenti in borghese, chiedendo i documenti ai loro interlocutori, prima di colpirli ripetutamente. Uno dei ragazzi del Valle riuscì a filmare l’aggressione con una fotocamera. Gli insulti erano molto simili a quelli raccontati nella nuova denuncia: “Nel quartiere ebraico non ci dovete entrare. Potete andare a fare casino per tutta Roma, ma se entrate qui dentro siete morti”. IL NUOVO episodio riapre il dibattito sull’esistenza di un “servizio d’ordine” armato e autogestito, che si occuperebbe di garantire “la sicurezza” della comunità ebraica romana. “Un fatto inaccettabile, allucinante – conclude Vladimiro – in una capitale occidentale, nel 2014. Davvero Roma sta diventando la città dei ghetti. Quartieri chiusi, dove devi stare attento a come ti muovi o non puoi mettere piede”. Per il presidente della Comunità ebraica, Riccardo Pacifici, “le ronde da noi non esistono”. “Il nostro servizio d’or – dine – spiega – c’è e avviene alla luce del sole: genitori e nonni che presidiano il quartiere a turno con le forze dell’ordine”. Al massimo “si è trattato di una rissa da sabato sera, tra teste calde”. Ma alla fine Pacifici si lascia scappare un paragone ardito: “Non è questo il caso, ma se qualcuno va a togliere una bandiera sotto CasaPound, secondo lei cosa succede?” E conclude il ragionamento così: “Lo dico al di fuori del mio ruolo istituzionale, ma se qualcuno si avvicina e mi tira un ceffone, io non mi metto a chiamare i carabinieri. Prima rispondo. I fatti andranno verificati, ma gli aggrediti hanno tutta la mia solidarietà.

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