Non è mai troppo tardi, Claudio Santamaria: Claudio, il maestro più famoso della Tv

Ha iniziato da studente, ora è diventato un maestro. Realtà e finzione si sovrappongono nella vita e nella carriera di Claudio Santamaria, uno degli esponenti di punta della nuova generazione di attori italiani. Il 24 e il 25 febbraio, lo vedremo nella serie Tv in due puntate di Raiuno Non è mai troppo tardi, nella quale presta il volto ad Alberto Manzi, l’insegnante che, a partire dal secondo dopoguerra, rivoluzionò il concetto d’insegnamento scolastico con i suoi metodi “poco convenzionali”. E che passò alla storia per aver condotto il programma Non è mai troppo tardi, in cui riproduceva in Tv delle vere e proprie lezioni di scuola primaria, aiutando un milione e mezzo di italiani a uscire dalPanalfabestismo. Alla fine di questo percorso di crescita personale, che lo ha portato anche a diventare papà della piccola Emma, avuta da Delfina Delettrez-Fendi, figlia di Silvia Venturini Fendi, Claudio Santamaria si ritrova oggi più maturo e più sicuro di sé, e con una voglia sfrenata di mettersi alla prova. «Voleva cambiare ¡1 mondo» Dal discolo studente Piterone, che hai interpretato nel 1998 in Ecco fatto di Gabriele Muccino, all’insegnante rivoluzionario Alberto Manzi: quanto è cresciuto Claudio Santamaria? «Molto, sia come attore sia come uomo. Sono convinto che la carriera vada di pari passo con l’evoluzione personale dell’artista. Quando mi rivedo nei miei vecchi film riesco subito a capire in quale fase della mia vita mi trovassi in quel preciso momento. Oggi sono una persona più matura e consapevole, anche se non ho perso la volontà di mettermi sempre in discussione, di trovare nuove strade. Ogni volta che mi appresto a interpretare un personaggio, non so mai dire come lo farò. La sfida è riuscire ad aggiungere sempre qualcosa alla mia interpretazione o, ancora meglio, a togliere». Sei riuscito a raggiungere questo obiettivo anche interpretando Alberto Manzi? «Il maestro è uno di quei personaggi “intoccabili”, verso i quali si prova massima stima e grande rispetto, perché ha dedicato tutta la vita agli altri, soprattutto ai più giovani. Questo suo essere su un’altra dimensione mi ha costretto a sforzarmi molto più del solito per cogliere Pessen7 za del suo spirito e delle sue idee. E un po’ come quando l’attore Benicio del Toro ha interpretato Ernesto Che Guevara nei due film diretti da Steven Soderbergh (Che – L’argentino e Che – Guerriglia, ndr). Sono personaggi unici guidati da forti ideali di libertà, che hanno cercato di cambiare il mondo e che hanno lottato per difendere i diritti degli altri». Quali aspetti della sua personalità hai sentito particolarmente vicini? «Condivido pienamente la sua visione del mondo: dopo essere tornato dalla guerra ha capito che i conflitti nascono dall’ignoranza e che, quindi, solo la diffusione della cultura e la conoscenza del mondo e di se stessi può portare alla pace. Essendo io papà, mi rispecchio molto nel grande amore e rispetto che lui provava verso i bambini e i ragazzi. Con mia figlia Emma sono molto paziente e nel mio piccolo cerco anch’io di dare una mano al prossimo, scegliendo progetti che reputo interessanti per i temi tratta ti, appoggiando giuste cause, come quelle delle associazioni non governative, e usando i social network per diffondere pensieri positivi». Ti senti anche tu un po’ “controcorrente”? «Alberto Manzi non accettava le regole imposte dalla società dell’epoca, e si è battuto affinché anche ai ragazzi del carcere fosse concesso il diritto all’istruzione. Anch’io cerco di seguire, nel limite del possibile, ciò che reputo sia giusto. Ma, ripeto, Manzi fa parte di una schiera di personaggi al di sopra di tutti gli altri e non mi permetterei mai di paragonarmi a lui». «Non dà risposte, pone domande»» I suoi metodi d’insegnamento poco ortodossi suonarono rivoluzionari all’epoca. Ma anche oggi non hanno perso la loro carica innovativa. Come si spiega questo fatto? «Alberto Manzi era avanti di cinquantanni allora e lo è ancora oggi. Ai ragazzi insegnava soprattutto a pensare, a sviluppare curiosità verso se stessi e il mondo circostante. Ora non esistono molti insegnanti che si rifiutano di dare voti e permettono agli alunni di copiare perché si pongono come obiettivo la creazione di una società in cui le persone si aiutino. Io ne conosco solo uno, si chiama Franco Lorenzoni e insegna a Giove, un paese vicino Roma. Lui, più che dare risposte, pone delle domande ai suoi studenti, per stimolarne la capacità di riflettere e di trovare le risposte dentro di loro. E la prova che il “metodo Manzi” è assoluta mente attuale, perché insegna a difendere la propria dignità di essere umano imparando a pensare in modo libero». Se oggi l’istruzione ha delle lacune, la colpa è della scuola o degli insegnanti? «Il sistema educativo italiano andrebbe riformato, ma bisognerebbe anche garantire più risorse agli insegnatiti. Fare l’educatore è una missione: se uno non possiede questo fuoco sacro, e per di più non ha a disposizione le risorse adeguate, è diffìcile che abbia la forza e la voglia di uscire dagli schemi». «La mia maestra? Era severissima!» Anche la Tv pubblica del nostro Paese ha qualche responsabilità? «Siamo in un periodo in cui la Tv fa di tutto tranne che garantire dignità agli spettatori. Compito della Tv è tornare a offrire un vero semzio pubblico, partendo dal concedere più spazio a programmi di qualità come Report che, con le sue inchieste serie e approfondite, permette agli spettatori di aprire gli occhi su realtà che non conoscono». Tu hai avuto la fortuna di avere un insegnante come Alberto Manzi? «Purtroppo no. La mia maestra delle elementari era severissima, proprio un altro modo di pensare…». Questa “mancanza” non ti ha però impedito di diventare un attore di grande successo. Fra tutti i ruoli che hai interpretato, ce n’è uno a cui sei particolarmente legato? «Fra tutti dico il personaggio di Rino Gaetano, che ho interpretato nel 2007 nella miniserie televisiva di Raiuno Rino Gaetano – Ma il cielo è sempre più blu. Probabilmente è il ruolo più completo che abbia mai portato in scena, mi ha richiesto un coinvolgimento su più livelli: dal punto di vista fìsico, perché sono dovuto dimagrire di molti chili in soli sei mesi e perché ho cantato in prima persona tutte le sue canzoni; dal punto di vista emotivo, perché quel ruolo è capitato in un momento particolarmente difficile della mia vita». «Avevo perso l’entusiasmo Che cos’era successo? «Senza un motivo preciso avevo perso entusiasmo nel fare il lavoro di attore: all’improvviso mi sembrava un mestiere inutile che chiunque avrebbe potuto fare al posto mio. Poi mi è successa un’esperienza incredibile, che ha spazzato via ogni dubbio: una persona mi ha confidato di aver ritrovato la voglia di vivere dopo aver visto la miniserie e aver scoperto la storia di Rino Gaetano. A quel punto ho capito che il mio lavoro può davvero servire a qualcosa di importante». Hai prestato la voce, tra gli altri, a Christian Baie nella trilogia di Batman diretta da Christopher Nolan. Che differenze ci sono tra il mestiere dell’attore e quello del doppiatore? «Il doppiatore ha il grande vantaggio di poter andare la mattina al lavoro anche con i capelli arruffati e la faccia stanca (ride, ndr). Scherzi a parte, credo che il doppiatore sia molto meno libero di un attore, perché è costretto a muoversi seguendo i binari stretti costruiti da un’altra persona. Se in un certo momento ti senti di fare un respiro ma il personaggio non lo fa, devi trattenerti. Proprio per questo, è un lavoro affascinante». Fra gli attori italiani della tua “generazione di fenomeni”, qual è il più bravo? «Ho avuto il piacere di lavorare quasi con tutti: da Kim Rossi Stuart a Elio Germano e Pierfrancesco Favino. Difficile dire quale sia il più bravo, penso che ognuno dia il meglio di sé in determinati ruoli».