«Noi in trappola a Kinshasa Non torniamo senza bimbi»

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view La medicina per la malaria è finita, il caldo umido che attira le zanzare non passa, le bambine hanno scoperto la «pissin», così la chiamano, e «smettono di sorridere solo quando dico loro di uscire dall’acqua ». La donna che racconta, toscana di Milano, è arrivata in Congo ai primi di novembre con il marito, ha finalmente incontrato le sue figlie adottive, dopo tre anni di colloqui, esami e timbri, ma non può portarle con sé in Italia. Di fatto vive reclusa da un mese in un residence di Kinshasa: «Non voglio lamentarmi, almeno noi abbiamo l’aria condizionata… ». Altri genitori sono alloggiati in condizioni peggiori: il tempo s’allunga, i soldi finiscono, la situazione si fa insostenibile. Ventisei coppie, 52 mamme e papà italiani arenati in Congo da molte settimane. Qualcuno è atterrato il 7 novembre, qualcun altro il 18. Ma la prospettiva del rientro per tutti è incerta. I passaporti sono fermi alla Direzione generale delle migrazioni (Dgm), che è disposta a restituirli in ogni momento, certo, senza allegare, però, i permessi d’uscita per i minori: «Se non ce li concedono, siamo disposti anche allo sciopero della fame. Non posso permettere che le mie due piccole tornino all’orfanotrofio ». La Farnesina si è mossa da giorni, con «il massimo impegno » per «un Vostro pronto rientro insieme ai Vostri bambini», è scritto in un messaggio del capo di gabinetto. L’ambasciatore a Kinshasa ha chiesto appuntamenti a ogni livello ed è in contatto costante coi genitori. Il ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge, in qualità di presidente della Commissione per le Adozioni internazionali, ha mediato personalmente. Ma le reazioni raccolte ieri tra i nostri diplomatici sono molto caute: «Qualche segnale positivo c’è», eppure «non possiamo dire di essere fiduciosi». La vicenda s’è fatta complicata, e non è detto che si concluda per Natale. Una delle 26 mamme affida al Corriere un appello per papa Francesco: «Sua Santità, io non sono una brava credente, ma da quando ho visto le mie piccole ho capito che Dio esiste. Non importa se non sono uscite dalla mia pancia, sono da sempre nel mio cuore e da più di un mese anche nella mia vita. Io non riesco, però, a portarle a casa per un problema burocratico». Non è una questione che riguarda solo l’Italia, ma tutti i Paesi che accolgono bambini dalla Repubblica democratica del Congo. Lo registra, per esempio, anche il sito del ministero degli Esteri francese: a decorrere dal 25 settembre Kinshasa «ha sospeso tutte le operazioni legate alle adozioni internazionali». Sospetti di irregolarità che riguarderebbero alcuni enti americani. Totalmente estranee le organizzazioni italiane, tra cui l’Ai. Bi. – Amici dei Bambini, che assiste in questo momento sei famiglie a Kinshasa. Perché sono partite nonostante il blocco? «Rientravano in una lista di coppie che avevano i dossier pronti prima di quella data — spiega Valentina Griffini, responsabile dell’area Africa di Ai. Bi. —. Un elenco stilato successivamente (grazie anche alla mediazione di Kyenge, ndr) e consegnato a tutti gli operatori». Una volta in Congo, però, i genitori hanno verificato che la moratoria delle adozioni risulta ancora in vigore. «Eppure io ho tutti i documenti in regola — fa appello ancora al Papa la mamma italiana — e la mia pratica è stata approvata da tempo, come quella delle altre coppie che sono qui. Sua Santità interceda con il presidente Joseph Kabila e preghi per noi e i nostri bambini ». Il nodo sembra essere molto in alto, al vertice. Per scioglierlo scrive al Corriere anche «Marco, un papà adottivo lombardo» che «da laico» più che l’intervento del Papa vorrebbe sentire la voce del presidente della Repubblica: «Io pago le tasse e sono un cittadino italiano, il mio Stato ha autorizzato l’ingresso in Italia di mio figlio. Per questo io mi rivolgo alla più alta carica: presidente Napolitano, parli lei con le autorità congolesi. Ci dicono che solo il presidente Kabila può toglierci da questa palude burocratica. Lei come si sentirebbe se le dicessero che deve abbandonare suo figlio perché manca una firma sul passaporto?». Oggi i deputati Pd Lia Quartapelle ed Ernesto Preziosi incontreranno le associazioni coinvolte insieme all’ambasciatore del Congo, e depositeranno un’interrogazione urgente ai ministri degli Esteri e dell’Integrazione

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