Niente crisi e «contratto» fino al 2015 Il Colle studia il percorso per l’esecutivo Oggi Letta

tentativi di spallate, attacchi alternati a blandizie, negoziati segreti, si apre oggi una settimana decisiva per la politica. In un groviglio di appuntamenti che mette sotto pressione anche Giorgio Napolitano. Si comincia nel tardo pomeriggio di oggi con l’incontro tra il capo dello Stato e il premier. Un faccia a faccia convocato per concordare «forme e tempi» del passaggio parlamentare attraverso il quale il governo cercherà di costruire una salda ripartenza dopo l’uscita di Forza Italia dalla maggioranza. Il presidente del la Repubbl ica si mostra sereno perché, da certi contatti preliminari, sa che non esistono divergenze di vedute tra lui ed Enrico Letta su una «definizione del percorso» che sia in grado di corrispondere alle richieste del partito berlusconiano. Il Quirinale non anticipa le linee di questa sfida, da pianificare appunto assieme all’inquilino di Palazzo Chigi e destinata a scattare soltanto dopo le primarie del Pd. Ma, dato che ha esplicitamente evocato «una nuova investitura» per l’esecutivo, sembra ragionevole pensare a una formula concentrata su due momenti chiave. In primo luogo un discorso davanti alle assemblee in cui Letta fissi un’agenda di pochi e precisi impegni, magari indicando anche un orizzonte temporale: forse i fatidici 18 mesi, per traghettarci fino alla primavera 2015. Poi, su questa base, potrebbe scattare la proposta di un «patto ridefinito » da rivolgere ai partiti che già hanno mostrato di volerlo sostenere sulla legge di Stabilità e che potrebbero a loro volta, dopo il dibattito, approvare con un voto questa sorta di «contratto programmatico», reinvestendo il premier a pieno titolo. Tutto ciò sarebbe qualcosa di più di una semplice verifica e qualcosa di meno di una crisi formale. In ogni caso basterebbe. E consentirebbe di evitare un drastico show-down, con le dimissioni dell’intero gabinetto, come pretende invece il movimento del Cavaliere. Questo governo, si è fatto non a caso notare fin dall’inizio sul Colle, finora non è stato mai sfiduciato in Aula. Un’ipotetica procedura che, insomma, sarebbe senza scatti e senza incaute accelerazioni. Prevedendo naturalmente contestuali sondaggi riservati di Letta (e magari anche del Quirinale) con i nuovi leader dei due principali partner della maggioranza— cioè con il vincitore delle primarie del Pd e con Angelino Alfano per il Nuovo centrodestra — così da garantire una condivisione sul programma in grado di responsabilizzare tutti alla pari e contro ogni logorante prospettiva di traccheggiamento. Programma che, per inciso, non può che essere coerente con gli obiettivi indicati dal capo dello Stato nel momento in cui sette mesi fa, mettendo un po’ in gioco anche se stesso, tenne a battesimo quelle larghe intese ora ridimensionate. E si sa che, a parte le emergenze dell’economia e l’urgenza di agganciare la ripresa come sta già avvenendo in mezzo mondo oltre che in mezz’Europa, ciò che gli stava (e gli sta) a cuore è l’apertura del cantiere delle riforme, in maniera che i partiti diano una prova di esistenza in vita in grado di arginare il crescente distacco con l’opinione pubblica dal quale si alimenta l’antipolitica. Tanto per fare un paio di esempi: dalla modifica dell’attuale bicameralismo perfetto alla riduzione del numero dei parlamentari. Ecco la principale incognita di questi giorni, per Napolitano. Uno snodo molto delicato e da gestire con pazienza, al quale va aggiunto il pronunciamento della Corte costituzionale sul Porcellum atteso per domani. A Montecitorio alcuni scommettono su un rinvio che sarebbe provvidenziale per dare modo ai partiti di «battere un colpo», come dice il presidente. Chissà. Una tensione infinita alla quale si aggiungono i soliti segnali di guerra del Movimento 5 Stelle, con Beppe Grillo che infiamma le piazze e il web annunciando di voler presentare una richiesta di impeachment davanti al Parlamento. Il presidente per il momento non replica. Si riserva il ruolo di spettatore, di quello che cerca di capire, anche se fa fatica. Più o meno come gli succede davanti a certe sortite sul governo e su lui stesso (soprattutto da parte di Matteo Renzi) che animano il dibattito in corso tra i democrat. Napolitano ascolta, osserva, cerca d’interpretare. E ovviamente tace. Marzio Breda