Napolitano accoglie il Pontefice: in Italia il clima è avvelenato

Lo dice con un tono quasi riluttante, dunque con un mezzo sospiro e la voce arrochita dalla fatica. Ma l’importante per lui è dirlo, alzando il velo sul proprio assillo. «Vede, Santità, noi che in Italia esercitiamo funzioni di rappresentanza e guida delle istituzioni politiche, siamo immersi in una faticosa quotidianità, dominata dalla tumultuosa pressione e dalla gravità dei problemi del Paese e stravolta da esasperazioni di parte in un clima avvelenato e destabilizzante». Dieci righe impietose per comporre un ritratto veridico della nostra Nazione. Dieci righe senza le confortevoli ipocrisie della diplomazia, per spiegare «quanto siamo lontani da quella “cultura dell’incontro” che Ella ama evocare, da quella sua invocazione “dialogo, dialogo, dialogo!”». Dieci righe di lucida desolazione, al termine delle quali riversa l’ansia di resistenza di cui è capace, e infatti le chiude con un invito all’intera «classe dirigente italiana» perché «è tempo di levare più in alto lo sguardo, di riguadagnare lungimiranza e di portarci al livello delle sfide decisive che dall’oggi già si proiettano sul domani». È davvero insolito il modo con cui Giorgio Napolitano mette il sigillo al suo discorso davanti al Pontefice, in visita al Quirinale. Un discorso che a qualcuno fa pensare alla «confessione pubblica» in uso nella Chiesa dei primi secoli. Ma anche, sorvolando il tempo, a certe spiazzanti denunce rivolte alle stesse gerarchie vaticane (e ispirate non ad autolesionismo ma a realismo) da papa Francesco. Insomma, è come se l’arrivo di un ospite così rivoluzionariamente schietto spingesse Napolitano a non tenere conto del registro neutro, o imbalsamato, che di solito regola questi incontri ufficiali. Decidendo di adeguarsi e adottando quindi pure lui «il linguaggio della verità », a costo di denudare ferite che altrimenti non verrebbero citate, specie nel riferirsi alla sfera pubblica. E pure in questo caso il ragionamento del presidente riflette ansie concrete, sulle quali si è aperto uno scarto enorme tra Palazzo e gente comune, con il trionfo della cosiddetta antipolitica. Dice il capo dello Stato: «La politica—esposta com’è non solo a fondate critiche ma ad attacchi distruttivi — ha drammatica necessità di recuperare partecipazione, consenso e rispetto, liberandosi dalla piaga della corruzione e dai più meschini particolarismi. Può riuscirvi solo rinnovando — insieme con la sua articolazione pluralistica — le proprie basi ideali, sociali e culturali». Se riflessioni di questo tenore non le avesse ripetute infinite volte, sembrerebbero pronunciate dal Pontefice: nel suo stesso stile. Non è pertanto una coincidenza che Napolitano le leghi a papa Francesco, nella speranza «che la politica possa trarre uno stimolo nuovo dal suo messaggio e dalle sue parole ». Un messaggio rivolto «non soltanto ai cattolici, ma a tutti gli uomini di buona volontà». Ossia a credenti e non credenti, come il capo dello Stato sottolinea all’interlocutore nella mezz’ora di colloquio a tu per tu che, cominciato con il reciproco racconto delle esperienze di governo in Italia e Argentina dopo la Seconda Guerra Mondiale, sfocia subito in «uno scambio di confidenze sui problemi che entrambi affrontano nei rispettivi ruoli». Intuitivo che siano problemi faticosi per tutti e due. E altrettanto logico che un Pontefice per metà italiano, in piena sintonia con il padrone di casa, formuli l’auspicio che l’Italia «sappia trovare nuovamente la creatività e la concordia necessarie al suo sviluppo». «Concordia»: ecco il punto politico che unisce le preoccupazioni di Napolitano e papa Francesco. Il quale, di rincalzo al capo dello Stato, registra «gli effetti più dolorosi della crisi economica», come la disoccupazione, e chiede una «moltiplicazione degli sforzi» mirata in particolare alla famiglia, «luogo primario in cui si forma e cresce l’essere umano, in cui si apprendono i valori e gli esempi che li rendono credibili». Famiglia che — insiste — «mentre mette a disposizione della società le sue energie, chiede d’essere apprezzata, valorizzata e tutelata». Un appello che appare senza invadenza: una considerazione fattuale, semmai, da appaiare a quelle svolte dal presidente nello sfogo sul «clima politico avvelenato ». E che le cose stiano purtroppo così lo dimostrano certe reazioni al suo discorso da parte di un Pdl prossimo alla resa dei conti. Sandro Bondi gli contesta di non aver fatto «nulla per stemperare le tensioni e pacificare il Paese» attraverso «le prerogative di cui dispone » (vale a dire, si suppone, offrendo un salvacondotto a Berlusconi). Mentre Renato Brunetta batte interessatamente il tasto della riforma della giustizia e dell’inascoltato messaggio sulle carceri di Napolitano».