Mps passa l’esamemercati Bankitalia e Consob in campo

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E dopo l’assemblea, le reazioni del mercato: ieri il titolo Montepaschi ha tenuto. Ha chiuso a +1,39% a 0,1754 euro. Venerdì, alla vigilia dell’assemblea, era sceso di oltre il 2%, chiudendo a 0,1728 euro. Pesava l’incognita sull’aumento di capitale da 3 miliardi. Poi sabato la decisione della ricapitalizzazione rinviata di cinque mesi, a partire dal 12 maggio, con la tempistica imposta dalla Fondazione presieduta da Antonella Mansi(maggiore azionista con il 33,5%), ma diversa rispetto a quella proposta dal management (gennaio). Non che ieri non ci siano state fibrillazioni, almeno a inizio seduta. Dopo un avvio in cui non è riuscito a fare prezzo con un ribasso teorico di oltre il 7%, il titolo senese è entrato in contrattazione a -4%, per poi recuperare e arrivare a salire fin quasi del 2%. Nonostante l’incertezza il mercato ha reagito bene: semplificando, le incognite sul tavolo di Mps sono il futuro dei vertici (il presidente Alessandro Profumo e l’amministratore delegato Fabrizio Viola) e la ricostituzione del consorzio di banche che dovrà garantire l’aumento di capitale (l’attuale, guidato da Ubs, Goldman Sachs, Citi e Mediobanca, scade a gennaio), tenuto conto degli appuntamenti europei rappresentati dalle verifiche sulla qualità dei bilanci delle maggiori banche e dagli stress test. L’aumento consentirà comunque a Mps di restituire entro il 2014 i 4 miliardi di Monti Bond ricevuti dallo Stato, come chiesto da Bruxelles pena la nazionalizzazione. Bankitalia e Consob hanno fatto sapere di stare monitorando da vicino e coordinati, per le rispettive competenze, le vicende della terza banca italiana. E il ministero del Tesoro è in prima linea: due giorni fa il portavoce di Fabrizio Saccomanni aveva spiegato che «la priorità è evitare a tutti i costi la nazionalizzazione ». Ieri via XX settembre ha ribadito il concetto: «L’obiettivo a cui il Tesoro tiene è che l’aumento si faccia, che la banca non venga nazionalizzata e restituisca i Monti Bond». Non solo. «Abbiamo apprezzato – ha detto il portavoce – che l’assemblea abbia votato l’aumento di capitale nelle dimensioni indicate dal management. Su questo il Tesoro esprime apprezzamento. Visto che l’azionista ha voluto differire i termini, adesso si lavori per garantire l’aumento di capitale». Parole che fanno trapelare un pressante invito agli attuali vertici a rimanere al loro posto. Del resto manifestato anche dalla presidente della Fondazione Antonella Mansi che ieri, in un’intervista al Corriere, ha spiegato che «la nostra non è mai stata una forma di sfiducia» nei confronti di Profumo e Viola «perché la Fondazione e l’assemblea non hanno criticato il piano su cui si sono impegnati. Ne hanno chiesto solo l’applicazione differita». In campo è sceso anche il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi: «Chi ha testa sulle spalle e senso di responsabilità – ha detto – chieda a Profumo di restare». Nei giorni scorsi era girata la voce di possibili dimissioni, ma era stato lo stesso Profumo a rinviare ogni discorso al prossimo consiglio (data indicativa il 9 gennaio). Erano spuntati anche i possibili nomi di sostituti (Carlo Salvatori e Lorenzo Bini Smaghi per la presidenza, Bernardo Mingrone come Ceo), però i segnali che arrivano da fonti vicine alle banche del consorzio, oltre che da Tesoro e Fondazione, vanno nella direzione della continuità per evitare traumi in un momento così delicato. Ora l’attenzione è sulla Fondazione e su come riuscirà a ridurre la propria quota in Mps. L’intervento di sistema delle altre fondazioni come Cariplo, Cariverona e Compagnia di Sanpaolo, che piace al Tesoro, potrebbe tornare in esame, c’è più tempo per la messa a punto. Ma resta il nodo del prezzo. I sindacati sono preoccupati: Fiba-Cisl e l’Ugl chiedono che il governo «non sia spettatore di una tale rovina» mentre per la Fisac-Cgil la nazionalizzazione «non va temuta».