Mps, «no» del consiglio alla Fondazione

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L’opzione migliore resta quella di gennaio ma sarà l’assemblea del Montepaschi a decidere se posticipare a maggio l’aumento di capitale da 3 miliardi di euro con cui rimborsare 2,5 miliardi di Monti Bond e gli interessi maturati. Ieri il consiglio di Rocca Salimbeni ha integrato l’ordine del giorno dell’assemblea in programma il 27 dicembre con la richiesta della Fondazione di far slittare a maggio la ricapitalizzazione. Non poteva fare altrimenti: è la legge che lo impone. Di fatto, però, Alessandro Profumo e Fabrizio Viola hanno deciso di tirare dritto, anche se pare che il consiglio non si sia espresso all’unanimità. Al termine della riunione sul sito della banca è stata pubblicata una relazione «al fine di facilitare la scelta relativamente alla migliore tempistica in cui effettuare l’aumento di capitale» da cui emerge che il consiglio ha respinto le considerazioni della Fondazione secondo la quale «una soluzione positiva della propria situazione finanziaria » sarebbe «il presupposto essenziale per effettuare l’aumento di capitale». Tale argomento «non appare pienamente condivisibile» scrive il consiglio di Mps, per il quale «la principale priorità per la banca è rappresentata dal raggiungimento dell’obiettivo di ricapitalizzazione». Obiettivo che si può raggiungere con certezza a gennaio, periodo in cui l’operazione è coperta dalla garanzia del consorzio bancario. Rinviare a maggio «potrebbe mutare lo scenario di riferimento attuale — spiega ancora il consiglio di Mps —, pregiudicando un interesse generale di tutti gli azionisti e della banca». E, inoltre, costerebbe a Mps 120 milioni di euro di interessi in più sui Monti Bond, senza contare le possibilità difficoltà a rimettere in piedi il consorzio di garanzia. La strada è molto stretta. La Fondazione, che non ha le risorse per sottoscrivere l’aumento di capitale, ha bisogno di tempo perché gli advisor della Lazard, a cui ha messo a disposizione per la vendita la quota in Mps, trovino una soluzione. Votare la proposta del consiglio per l’aumento a gennaio vorrebbe dire per la presidente, Antonella Mansi, accettare la polverizzazione del patrimonio dell’ente. Va però considerato che Palazzo Sansedoni è il primo azionista della banca e che con il 33% decide l’esito dell’assemblea. Sembra una situazione di stallo perfetto. Che deve però trovare per forza una ricomposizione prima del 27 dicembre per evitare lo showdown in assemblea. Una cessione della quota sicuramente sbloccherebbe l’impasse, ma i tempi sono davvero troppo stretti, per non dire proibitivi. I prossimi quindici giorni saranno quindi decisivi per capire se si riuscirà a superare il muro contro muro e trovare un compromesso che salvi l’aumento di capitale e il patrimonio di Palazzo Sansedoni.