Moggi condannato in appello Pena ridotta a 2 anni e 4 mesi

Al secondo grado di giudizio non crollano in tribunale le accuse contro Luciano Moggi. Pure la sentenza d’appello, emessa ieri sera dopo un’intera giornata di camera di consiglio dai giudici della sesta sezione penale, conferma che nella stagione 2004-2005 il calcio italiano fu governato da un centro di potere occulto guidato dall’allora direttore generale della Juventus e composto, oltre che da Antonio Giraudo, all’epoca amministratore delegato della società della famiglia Agnelli, da uno dei due designatori arbitrali in carica in quegli anni, Pierluigi Pairetto, e dall’ex vicepresidente della Federcalcio Innocenzo Mazzini. Dal processo conclusosi ieri era fuori soltanto Giraudo, che ha scelto la strada del rito abbreviato ed è stato condannato in appello a un anno e otto mesi per associazione per delinquere. Stesso reato per il quale è stata confermata ora la colpevolezza di Moggi, Pairetto e Mazzini. L’ex d.g. juventino è stato quindi condannato a due anni e quattro mesi, gli altri due entrambi a due anni. Pur confermando sostanzialmente l’impianto accusatorio messo in piedi dalla Procura di Napoli nel 2006, il processo d’appello ha in parte ridisegnato la geografia di quella che mediaticamente è stata definita Calciopoli. E la figura che in qualche modo ne esce ridimensionata è proprio quella di Luciano Moggi, non perché gli siano state riconosciute minori responsabilità, ma perché se la sentenza di primo grado lo ritenne non solo il capo ma anche l’unico promotore dell’organizzazione criminale che pilotava l’andamento del campionato in favore della Juventus, i giudici dell’appello, accogliendo le tesi sostenute in aula dal rappresentante dell’accusa, hanno stabilito che Moggi mise in piedi l’associazione per delinquere insieme almeno a Mazzini e Pairetto. Le stesse accuse erano rivolte anche all’altro designatore arbitrale dell’epoca, Paolo Bergamo, pure lui già condannato per associazione per delinquere e pure lui indicato durante questo processo come uno dei promotori dell’organizzazione. Ma nel suo caso i giudici hanno annullato la sentenza di primo grado (per una questione tecnica relativa ai diritti della difesa) e quindi il processo per Bergamo dovrà ricominciare daccapo. E questa è forse l’unica sorpresa — oltre all’aggravamento della posizione di Pairetto e Mazzini — che il processo d’appello consegna alla storia di Calciopoli. Non sorprende, infatti, che l’entità della condanna inflitta a Moggi sia molto inferiore rispetto ai cinque anni e quattro mesi del primo grado. A quella pena così alta si arrivava perché Moggi, così come altri imputati, era stato riconosciuto colpevole anche di frode sportiva, reato per il quale, però, è intervenuta la prescrizione. Di questo beneficiano anche altri personaggi di rilievo del mondo del calcio coinvolti nell’inchiesta e condannati in primo grado. Il patron della Fiorentina Diego Della Valle e suo fratello Andrea, presidente della società viola; il presidente della Lazio Claudio Lotito, quello della Reggina Lillo Foti, l’ex dirigente del Milan Leonardo Meani. Hanno invece scelto di rinunciare alla prescrizione gli ex arbitri Massimo De Santis, Paolo Bertini e Antonio Dattilo. Volevano ottenere l’assoluzione piena ma non è andata così: De Santis è stato condannato a un anno, Bertini e Dattilo a dieci mesi. Ora l’ultima parola toccherà alla Cassazione, cui tutti i condannati faranno ricorso. Per Moggi, che ieri non era in aula, lo ha annunciato uno dei suoi legali, Maurilio Prioreschi: «Battagliamo da otto anni, lì potremo vincere la guerra ».