Missione in Congo per sbloccare le adozioni italiane

La delegazione mandata dal governo italiano è a Kinshasa da ieri mattina. Nel pomeriggio il primo incontro con il premier congolese e oggi altri appuntamenti. L’obiettivo è noto: portare a casa le 24 coppie italiane bloccate nella Repubblica Democratica del Congo dal 18 novembre con i loro bambini adottivi. Una matassa che finora nessun intervento è stato in grado di sbrogliare e che adesso è nelle mani degli alti funzionari italiani della Farnesina e del ministero dell’Integrazione, atterrati ieri nella capitale congolese. Dopo la telefonata della vigilia di Natale tra il primo ministro Enrico Letta e il capo del governo congolese Augustin Matata e con l’arrivo, appunto, della delegazione, le coppie di nostri connazionali si sono sentite autorizzate a sperare. Ma stavolta niente illusioni, spiegano, per evitare le amarezze già provate ogni volta che la situazione sembrava risolversi e che invece è finita puntualmente per complicarsi. Il problema, spiegano fonti del governo che invitano alla cautela, non è tanto capire se il meccanismo si sbloccherà (questo non sembra in discussione) ma quando. I tempi sarebbero già stati molto lunghi se tutto si risolvesse oggi stesso ma la probabilità che questo accada è remotissima e per ora non si vedono spiragli in grado di riaprire a breve le frontiere per lasciar uscire i bambini e genitori assieme. Una questione non di poco conto per chi ha un lavoro o magari altri figli lasciati in Italia, anche perché le 24 coppie sono a Kinshasa da più di un mese ed erano partite forti delle rassicurazioni che il ministro per l’Integrazione Cécile Kyenge aveva avuto dalle autorità congolesi su una « c o n c l u – sione posit iva del – l’iter adottivo ». K i n – shasa aveva bloccato tutte le pratiche di adozione all’improvviso, il 25 settembre. Troppe le irregolarità scoperte sulle coppie adottive e la destinazione dei piccoli, troppe forzature delle regole soprattutto da parte di americani e canadesi e qualche dettaglio che non torna risultava anche per gli italiani. Cose non fondamentali, a giudicare dalle risposte avute dal ministro Kyenge che si interessò dei genitori italiani prima che partissero per andare a prendere i figli già avuti in adozione. Sembrava che per le nostre 24 coppie non ci fossero ostacoli. Si trattava di volare in Congo, sbrigare le pratiche finali e tornare a casa con i bambini. E invece il viaggio non è ancora finito e per dirla con le parole di Francesca, una delle mamme bloccate a Kinshasa «sono state giornate tremende, in questo mese abbiamo visto di tutto. Ogni tanto arrivano momenti di sconforto ma non ci arrenderemo mai». È stato un Natale «comunque bello» nel caldo umido di quelle latitudini. «C’era poco di natalizio» racconta Francesca, «nessuna decorazione o regalo, ma io e mio marito avevamo accanto il bambino, il nostro regalo più grande». L’incontro che la delegazione italiana ha avuto ieri con il primo ministro Matata è servito a ripercorrere i passaggi di questa storia. Di fatto non si è sbloccato nulla ma è già un risultato che l’orizzonte non si sia chiuso ulteriormente e che ci sia la disponibilità ad approfondire tutto prima di definire la sorte dei bimbi che sono formalmente già figli delle coppie italiane. Il governo congolese non vuole mostrarsi debole davanti alle pressioni delle nazioni coinvolte da questo blocco, soprattutto quelle occidentali. E ora la vicenda è diventata occasione per azzerare una serie di falle evidenti nel meccanismo delle adozioni internazionali: operazione che richiederà altro tempo, probabilmente non poco. Marco Griffini è un padre adottivo di tre bimbi ed è il presidente dell’«Associazione amici dei bambini» che segue alcune famiglie bloccate in Congo: «Speriamo di averli presto tutti in Italia. Non mi chieda perché finora le cose non sono andate bene, in questa storia abbiamo smesso di cercare di capire i motivi e ora ogni nostra energia è dedicata a cercare di risolvere i problemi. Quello di cui siamo certi è che queste sono coppie meritorie. Una di loro mi ha scritto una lettera bellissima: risolviamo questa faccenda, dicono, e poi torniamo qui ad adottare un secondo bimbo…»