Michael Schumacher: Tornerà a vivere sotto una tenda

Non ce il pubblico. Non ce il rombo dei motori. Intorno è tutto silenzio. Ma in fondo anche questo è un circuito. E Michael Schumacher, uscito dai box, ha cominciato a girarci. In un centro di riabilitazione allestito apposta per lui, attorniato da medici, infermieri e familiari, il pilota tedesco tenta l’impresa più difficile. Superare se stesso. Non una, ma mille volte. Riabilitarsi vorrà dire riappropriarsi giorno dopo giorno della propria mente e del proprio corpo. Riprendersi la vita che solo sei mesi fa, dopo una caduta sulle nevi di Meribel, in Alta Savoia, sembrava volesse abbandonarlo per sempre. È la sfida più difficile. I medici dicono che ce la può fare. Ma il percorso sarà lungo. E siamo solo alfinizio. Dimagrito 20 chili, dopo cinque mesi in coma, inchiodato a un letto dell’ospedale di Grenoble, a inizio giugno Schumi si è risvegliato. Ha riaperto gli occhi, ha sbattuto le palpebre, e come spesso succede a chi ritorna dal coma, ha risposto a uno stimolo emotivo provocato dalla vicinanza di persone care. Ha reagito alla voce della moglie Corinne, ha riconosciuto i figli Gina Maria, 17, e Mick, 15. Appena certi gesti sono diventati segni inequivocabili di ripresa, i familiari se lo sono portato via. Il 16 giugno, con Michael vigile, ma non cosciente, lo hanno caricato su un’ambulanza e trasferito a Losanna, a pochi chilometri da casa, nel reparto di neurorieducazione acuta del Chuv, il Centre Hospitalier Universitaire Vaudoise. Mentre un misterioso personaggio girava l’Europa offrendo ai media la cartella clinica dell’ex pilota, a Losanna la dottoressa Karin Diserens preparava un team di medici e infermieri a un lavoro di mesi. Forse di anni. «Finire in coma», è solita spiegare la Diserens, «è come essere travolti da una valanga, uno non sa più dove sono le braccia e le gambe, l’alto e il basso. Il malato deve trovare dei punti di riferimento soprattutto temporali, che noi gli forniamo attraverso un ciclo di cure ripetute sempre in modo identico». Le presentiamo nel servizio di queste pagine. Un tunnel per passare dall’ospedale al giardino. Un tracciato in mezzo al verde con balaustre e corrimano per camminare sostenendosi con le braccia. Il suolo ricoperto di pietrisco per obbligare i piedi e abituarli ad adattarsi alle variazioni di un fondo irregolare e sconnesso. Una passeggiata su un tappeto d’erba e il traguardo in una grande tenda dove fermarsi ad ascoltare il canto degli uccelli o lo scroscio d’acqua di una fontanella, osservare il colore dei fiori o chinarsi a sentirne il profumo, camminare su un pavimento lastricato in pietra e prendere confidenza con una casetta in legno che sembra quella di Biancaneve. Obiettivo, ristabilire un rapporto tra malato e ambiente, stimolare i cinque sensi, recuperare la mobilità e l’attività cerebrale. Tutto molto semplice. Tutto molto difficile. Chissà che Schumi, un tempo circondato da una corte di ingegneri, tecnici, meccanici e sponsor, ora, nel turbinio di camici bianchi al suo seguito non possa ritrovare una traccia del suo glorioso passato. Di lui si occuperà a tempo pieno un’equipe di specialisti, tra cui un fisiatra, un logopedista che lo aiuterà a recuperare la parola, uno psicologo e un alimentarista. Una parte della rieducazione di Schumi potrebbe essere affidata a Erigo, un’apparecchiatura robotizzata che mantine i pazienti in posizione verticale e li aiuta a compiere movimenti, a piegare articolazioni a far lavorare i muscoli. Ma a parte i robot, i medici e gli infermieri, a svolgere il ruolo più delicato saranno i familiari. È UN PERCORSO DI RINASCITA E più di tutti Corinna. La moglie in questi mesi ha capito quanto fosse importante rimanere accanto a Michael. Non abbandonarlo mai. Nel reparto di rianimazione di Grenoble, quando il campione sembrava essersi ridotto a una manciata di impulsi elettrici, lei non si è mossa. È stata presente tutti i giorni e con la pazienza di una Penelope ha saputo aspettare il ritorno di Michael da quella disperata odissea sulle soglie del nulla. Ce l’ha fatta ed è ancora lei che oggi può riportarlo definitivamente indietro. Per rimetterlo al mondo. Quasi come una madre, dicono gli specialisti. «La scala di recupero della coscienza ripercorre la scala delle- voluzione dell’essere umano dal momento in cui viene al mondo», dice Maurizio For- nari, responsabile di neurochirurgia all’Hu- manitas. «Uscire dal coma è una rinascita. Il paziente all’inizio è come un neonato che senza un contatto con l’ambiente, riconosce la voce della madre. Da lì in poi tutto è possibile. È una strada in salita. E chi arriva in cima può tornare a essere una persona autonoma e autosufficiente in grado di badare a se stessa». Sarebbe un’impresa. Che, a differenza dei sette titoli mondiali di Formula 1, ora ha solo bisogno di silenzio.

1 Comment

  1. zuliani martina

    3 luglio 2014 at 11:59

    in bocca lupo campione lo spero continua camminare la salute aiutare la tua moglie i tuoi figli il tuo fratello il tuo papà
    lo spero che lassù aiuta