Michael Schumacher :«Lesioni al cervello gravi e diffuse»

2560563-schuma

Il verdetto è crudele: aspettare e sperare. Michael Schumacher adesso può contare soltanto su se stesso. Sul suo fisico. Sulla sua buona stella. Ieri hanno «ibernato» il campione tedesco a 34-35 gradi, per cercare di aiutare così la sua fibra robusta a riassorbire gli ematomi (già ridotti chirurgicamente, per quanto possibile), rallentando anche il metabolismo del cervello. Il colpo, violento, della caduta nella neve fresca delle Alpi francesi, a Méribel-Mottaret, fra le piste de La Biche e di Georges-Maudit, è stato in parte ammortizzato dal casco, senza il quale i medici assicurano che non sarebbe arrivato vivo in ospedale. Ma la roccia ha sfondato anche quella protezione e il pilota ha battuto il lato destro del capo. I medici cercano di spiegare l’imponderabile: ogni minuto che passa può cambiare la situazione che, ai profani, pare invece fin troppo statica. Le domande fioccano invano sugli specialisti dell’Ospedale Nord di Grenoble: no, non si può sapere adesso se sopravvivrà o no. No, non si può dire ora se ha subito lesioni cerebrali irreversibili. Né quando riaprirà gli occhi. No, non c’è una risposta alla tragedia che si sta consumando nel corridoio L, al quinto piano del padiglione «Chartreuse», dove un carrello di traverso protegge alla vista di chi passa la porta della stanza di Schumacher, piantonata a gambe larghe da un sospettoso poliziotto, a pochi metri dagli ascensori. Sul versante clinico dicono di più le espressioni cupe con le quali il professore Jean- François Payen, responsabile del servizio di rianimazione dell’ospedale, il chirurgo Stephan Chabardes, e il suo collega parigino, Gérard Saillant, distillano, in mattinata, informazioni tecniche già sentite in occasioni analoghe: «Il coma è stato indotto farmaceuticamente, la situazione è critica, la prognosi riservata, le lesioni al cervello gravi e diffuse, è stato ridotto l’edemacerebrale, occorreva alleggerire la pressione endocranica ». Il paziente aveva dei movimenti spontanei di braccia e gambe, quando è stato portato al pronto soccorso, manon rispondeva alle domande. Insomma, non era presente. E no, non è previsto un secondo intervento chirurgico. Come dire, tutto quel che si poteva fare è già stato fatto. Sul versante della ricostruzione dell’incidente, ordinata dalla procura di Albertville, si può soltanto ricomporre il quadro delle testimonianze. Quelle dei quattro soccorritori alpini, che avevano già esplorato quelle discese, prima di Schumacher, del figlio quattordicenne, Mick, e di alcuni loro amici: neve buona, nulla da segnalare. E i pochi elementi raccolti da Sabine Kehm, la giornalista tedesca da 14 anni portavoce del campione: «Stavano scendendo, la pista battuta si è biforcata, in mezzo c’era la neve alta. Lui è finito lì dentro». Più probabilmente per errore che per spavalderia. Schumi non avrebbe mai fatto il gradasso davanti a suo figlio, dice chi lo conosce bene.

Se potesse alzarsi e scendere a pianterreno di questo ospedale enorme, alto quindici piani, Schumi forse penserebbe di trovarsi ancora una volta nel backstage di un circuito di Formula Uno. Cameramen che corrono, quattordici parabole televisive dispiegate nel parcheggio per dirette in mondovisione, fotografi appostati, tifosi che pregano, bandiere rosso Ferrari che sventolano, una sala stampa affollata, con i microfoni già ben allineati sul tavolo dove, fra poco, si parlerà di lui e della sua battaglia per vincere. Vedrebbe la sua fedele Sabine, bionda e ferrea addetta stampa, tenere cortesemente a bada tutti, mentre il suo telefono squilla e lampeggia sotto la raffica di chiamate e di email. Si chiederebbe perché ha gli occhi arrossati, dal pianto o dalla stanchezza, per quella corsa di notte, in auto, da Ginevra a Grenoble, ancora incredula che sia davvero potuto accadere un incidente così. Ammirerebbe la professionalità con cui accetta di parlare di tutto, fuorché della famiglia del campione: «Corinne, i due figli, il padre e altri amici sono accanto a Michael, ma non chiedetemi altro». Non chiedetele soprattutto come sta Mick, che a quattordici anni corre in go-kart ai campionati mondiali juniores ma, per non sfruttare il nome del sette volte campione del mondo, ha messo sul casco il cognome della mamma, Betsch. Il clan ora protegge quell’adolescente, testimone della peggiore caduta di suo padre, in un giorno di festa e spensieratezza sulla neve. Se il pilota entrasse nella cappella dell’ospedale Nord, a pianterreno, una piccola stanza circolare con un tabernacolo, un grande vangelo e un libro aperto per accogliere le preghiere personali dei fedeli, leggerebbe sotto la supplica di Berenice, perché buon Dio le conservi il papà malato, anche le parole che qualcuno, senza firmarsi, gli ha dedicato nel pomeriggio: God bless Schumi! Ci sono tanti modi per augurargli la vittoria, di fare il tifo per lui, di coniugare scaramanzia e curiosità, nel momento in cui non si sa nulla e si teme il peggio. Salvatore Li Causi, imbianchino di 23 anni, nato in Francia da una famiglia di emigrati da Porto Empedocle, ha scelto quello che gli è sembrato meno invasivo: si è seduto su una delle sedie disposte davanti agli ascensori del reparto rianimazione, al quinto piano della divisione «Chartreuse», e aspetta. «Anche mia madre è stata ricoverata per tre mesi nella rianimazione di questo ospedale—spiega Salvatore —. Ho passato tante ore su una sedia come questa». Cerca sullo smartphone le ultime notizie, s’informa: «Passerà di qui la famiglia?». La sua, una moglie giovane come lui e una bimba, Giulia, di appena 7 mesi, lo aspettano a casa, ma Salvatore ha deciso di dedicare qualche ora delle sue vacanze a vegliare il campione, il più vicino possibile a lui. Come aveva fatto con sua madre. Non si sa mai quale alchimia possa funzionare, quando anche i medici non sanno più che altro fare. Davanti all’ingresso del pronto soccorso, dove Schumacher è entrato 24 ore prima, un manipolo di tifosi sventola le bandiere della Ferrari: non bandiere qualunque, precisano, sono quelle che hanno visto sfrecciare l’immenso pilota a Monza, nel 2006. Quella volta portarono bene: era il 10 settembre e, seppure partito in svantaggio, Schumi bagnò il naso a Raikkonen. Può farcela, quando vuole. I ragazzi indossano le felpe grigie con il nome del loro eroe sulle spalle. Perché anche se lui non può vederli, dalla stanza fredda in cui stanno monitorando le sue funzioni vitali, la tifoseria scalda sempre il cuore. Anche da lontano. Si fa sentire Angela Merkel, per via istituzionale ma, trepidante «come milioni di tedeschi, la cancelliera e i membri del suo governo sono stati straordinariamente sconvolti quando hanno saputo dell’incidente di Michael Schumacher» informa il portavoce, Steffen Seibert. Nella segreteria telefonica di Sabine si accumulano i messaggi: «Ce n’è uno, in particolare, che mi ha commosso, ma è privato, non voglio dire che cosa dice». Non prima che quella speranza si sia avverata. Il mondo delle corse è superstizioso, anche se magari non vuole ammetterlo. Il sito ufficiale di Michael Schumacher è in disarmo perché nel giorno del suo quarantacinquesimo compleanno, venerdì prossimo, dovrebbe esserne varato uno tutto nuovo. Ormai già quasi pronto. «Sarebbe bello… » poterlo inaugurare con una bella notizia, si legge negli occhi di Sabine, che non osa non completare il suo pensiero. Meglio parlare di quanto è felice Schumi quando può andare a sciare: «È molto bravo, anche se ha iniziato in età adulta. È uno sport costoso e la sua famiglia non poteva pagarglielo quando era bambino». Meglio ringraziare «lo staff medico, che sappiamo sta facendo tutto il possibile per aiutare Michael. E anche la gente che da tutto il mondo ci ha espresso la sua simpatia».