Micaela Ramazzotti: Pupi Avati mi ha scelto perchè gli ricordo sua mamma

Aspetti che metto gli auricolari al telefonino». Passa un minuto… «Che dice, ne inventeranno un tipo con i fili che non si impicciano?». Micaela Ramazzotti è serena e si gode il successo della fiction «Un matrimonio», che la vede protagonista su Raiuno. Le ultime due puntate andranno in onda domenica 19 e lunedì 20 gennaio. La sua prima volta da protagonista assoluta in tv e sbanca l’Auditel. «Sono felice, perché è stato un grandissimo lavoro con un enorme godimento nel farlo. Vederlo realizzato in tv, con il pubblico che si è affezionato alla storia, è un regalo. E per la prima volta assaporo un riscontro così grande. La televisione arriva dappertutto: entrare nelle case di 5 milioni di persone è incredibile. Il cinema non fa questi numeri». Qual è il segreto di questa fiction? «Più che fiction mi piacerebbe definirla una saga familiare, un romanzo popolare di un’epoca bella. Raccontiamo qualcosa di sano, di vero, di raro. Ritorniamo a un periodo in cui c’erano valori che non si vedono quasi più. Quel candore è ormai sparito. Il matrimonio oggi è una rarità, ma credo si voglia tornare a una scelta romantica, a una promessa per la vita. E noi ne raccontiamo tutta la forza». Le somiglia Francesca, il personaggio che interpreta? «Nella determinazione: lei sa cosa vuole e dove vuole arrivare. Il bello è che all’inizio non te l’aspetti. È una ragazzetta inesperta e pure imbranata. Invece poi sboccia poco a poco e diventa una donna che mette radici, che è forte e tiene duro anche nei momenti più difficili. Carlo le fa battere il cuore. Lei l’ha voluto, l’ha preso e lo tiene con sé per tutta la vita». Alla luce dell’esperienza di Francesca, come si tiene in piedi un matrimonio così a lungo? «Io sono una principiante, ho sposato Paolo (il regista Virzì, ndr) cinque anni fa. Però credo che la cosa importante sia tifare l’uno per l’altra. Stare in coppia non è una gara ma un gioco di squadra, ci vuole sostegno. E poi bisogna ridere e sdrammatizzare. Io mi prendo tanto in giro. E funziona». Se pensa a un matrimonio riuscito quale le viene in mente? «Quello tra i miei genitori: stanno insieme da 44 anni». Il ruolo di Francesca è quello della mamma del regista Pupi Avati. L’ha accettato subito o la spaventava la responsabilità? «Appena Pupi mi ha detto “ho un ruolo per te” ho risposto subito di sì senza sapere nulla della storia. Solo dopo ho letto il copione. E tutto d’un fiato». Perché Avati ha scelto lei per interpretare la madre? «Pupi dice che ho la stessa luce nello sguardo e la stessa vitalità che aveva la sua mamma. Antonio, suo fratello, dice che pur non somigliandole fisicamente la ricordo per il carattere solare».Qual è stata la difficoltà maggiore? «Interpretarla quando ha superato la mia età. Fino ai 40 anni non ci sono stati problemi, ma a 70 ho dovuto concentrarmi molto. Eppure ero impaziente di arrivare alla maturità: credo che a 50 anni la donna si esprima al massimo». Lei è ancora giovane, ma che rapporto ha con gli anni che passano? «Mi vedo meglio adesso che 15 anni fa, più vado avanti e più mi sento a mio agio con me stessa. La ruga sul viso, il girovita che si allarga: non me ne è mai importato nulla. Anzi. È più affascinante una donna segnata che una levigata». Cosa le ha regalato questo ruolo? «Una grande forza che userò nei miei prossimi personaggi. Prima avevo fatto donne più frivole, che magari facevano ridere, o vessate dagli uomini. Francesca invece è dritta, sicura». Spesso viene definita la nuova diva del cinema italiano. Si riconosce in questa definizione? «Ne sono lusingata ma forse è un termine che apparteneva a un’epoca passata, dal sapore un po’ rétro. Proprio come “matrimonio”. In realtà mi sento un’operaia del cinema, faccio il mio lavoro e sono privilegiata perché lo amo tanto e mi fa crescere come persona». I suoi progetti? «Il nuovo film di Francesca Archibugi, un remake di “Cena tra amici”. E sta per uscire nelle sale “Più buio di mezzanotte” di Sebastiano Riso». E la tv? «Beh, ora le porte si sono aperte. È un’esperienza che mi piacerà ripetere, ma con la storia giusta».