Melania Rea, Yara Gambirasio e Sarah Scazzi: Continuano anche nel nuovo anno i processi sui loro omicidi

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MEREDITH KERCHER: L’accusa, il coltello incastra Amanda Knox Un fatto è certo: è di Amanda Knox (26, a destra in basso) la traccia di dna individuata sulla lama del coltello da cucina ritenuto dall’accusa l’arma usata per uccidere Meredith Kercher (nel riquadro) nella notte tra H e il 2 novembre 2007, in una casa di Perugia (a fianco). A dirlo sono stati gli esperti dei Ris dei carabinieri, incaricati dai giudici della Corte d’Appello di Firenze neH’ambito del quarto processo. La Corte di Cassazione, infatti, aveva annullato la sentenza di assoluzione di secondo grado nei confronti di Amanda e dell’ex fidanzato Raffaele Sollecito (29, a destra in alto), accusati di aver ucciso la studentessa inglese. I due si sono sempre dichiarati innocenti. In carcere rimane Rudy Guede, condannato a 16 anni, che è stato accusato di concorso in omicidio per la morte della ragazza. Secondo i periti del nuovo processo, sul coltello, sequestrato in casa di Raffaele ci sono dunque tracce genetiche di Amanda. Prima non erano state rilevate perché erano state ritenute insufficienti per garantire risultati affidabili. Le ultime analisi invece hanno fornito un elemento importante per l’accusa: la ragazza avrebbe impugnato la lama e si sarebbe tagliata. Per le difese, invece, proprio la traccia confermerebbe che il coltello non è stato l’arma del delitto. Sarà la sentenza della Corte d’Appello fiorentina a stabilire la nuova verità giuridica. In aula è assente Amanda, che non verrà in Italia. Raffaele ha garantito che il 9 gennaio si presenterà a Firenze. I due erano stati condannati in primo grado (lei a 26 anni e lui a 25) e poi assolti in appello.

MELANIA REA: Parolisi insiste, l’ho tradita ma non l’ho uccisa Dal carcere lui insiste anche in questi giorni con la sua autodifesa: «Ho tradito Melania, ma non l’ho uccisa». Ma a decidere il futuro processuale di Salvatore Parolisi (35, a destra) sarà la Cassazione, la cui sentenza arriverà entro fine anno. Intanto resta in cella, dopo la condanna a trent’anni da parte della Corte d’Appello dell’Aquila, il 30 settembre. In primo grado, il caporal maggiore dell’Esercito era stato condannato all’ergastolo, perché giudicato colpevole di aver ucciso sua moglie Melania Rea (a fianco, in una foto posta sul luogo del delitto). Parolisi, durante i due processi, aveva già ammesso di aver avuto una relazione extraconiugale con una soldatessa, però ha giurato che amava solo Melania e, più volte, ha ribadito di non essere un assassino. Ma per i giudici ha sempre mentito, a partire dal giorno in cui disse che Melania era scomparsa nel prato di Colle San Marco, nell’Ascolano. Lui racconta che si era allontanata per cercare una toilette. Era il 18 aprile 2011. Il corpo di sua moglie fu ritrovato due giorni dopo nel bosco di Ripe di Civitella, vicino a Teramo: a 18 chilometri dal luogo in cui Salvatore afferma di averla vista scomparire. L’allarme lo dette un passante: chiamò da una cabina telefonica ed è rimasto fino a oggi senza nome.

YARA GAMBIRASIO: Caccia alla mamma del Killer Gli investigatori hanno una certezza: Giuseppe Guerinoni, un autista di pullman, è il padre biologico dell’assassino di Yara Gambirasio (a destra). Per questo, stanno esaminando i campioni biologici di oltre 700 donne che a suo tempo sono state in vacanza a Salice Terme, dove lui trascorreva due settimane all’anno. C’è infatti compatibilità genetica tra il dna di Guerinoni, morto nel 1999 a 61 anni, e la traccia organica ritrovata sugli slip di Yara, scomparsa il 26 novembre 2010 da Brembate, nella Bergamasca, e ritrovata cadavere, tre mesi dopo, in un campo di Chignolo d’isola. È dunque caccia al figlio segreto dell’autista, forse nato da una relazione extraconiugale. Intanto, dopo tre anni dall’atroce delitto, rompe il silenzio la mamma di Yara, Maura Panadese: «Chi sa parli, io e mio marito viviamo nella paura che ciò che è successo a Yara possa ripetersi per mezzo della stessa mano», afferma, disperata.

SARAH SCAZZI: Si spera di trovare l’arma del delitto Sono in attesa di conoscere le motivazioni della sentenza. Poi i legali i legali di Sabrina Misseri (25 anni, a destra in basso) e di sua madre Cosima Serrano faranno appello. Accusate di aver ucciso Sarah Scazzi (nel riquadro) il 26 agosto 2010 nella loro villetta di Avetrana (Taranto), sono state condannate in primo grado all’ergastolo. Pena durissima per un delitto che coinvolge un’intera famiglia: Sarah, sua cugina Sabrina e gli zii Cosima e Michele Misseri (59, a destra in alto). Le donne sono accusate di concorso in omicidio volontario e soppressione di cadavere. Il movente: un ragazzo conteso. La svolta potrebbe essere garantita dal ritrovamento dell’arma del delitto: «Una corda o una cintura», ha detto Michele Misseri. Il contadino si è sempre accusato dell’omicidio. Dopo la prima confessione, e il ritrovamento del cadavere della nipote, l’uomo ha fornito diverse versioni di ciò che è accaduto quel 26 agosto. Dunque, per i giudici non è credibile. Accusato di soppressione di cadavere e furto aggravato del telefonino di Sarah, è stato condannato a otto anni di carcere. Tuttavia, soltanto con la sentenza definitiva finirà in prigione: per ora è un uomo libero.

CHIARA POGGI Da rifare l’analisi del sangue e impronte Tutto da rifare. Dall’inizio. Gli indizi a carico di Alberto Stasi (30, a destra) devono essere riesaminati. Così la Corte di Cassazione ha chiesto un nuovo processo d’appello. Alberto, che è anche l’unico imputato, è accusato di aver ucciso Chiara Poggi (nel riquadro), l’ex fidanzata, il 13 agosto 2007, nella sua villetta di Garlasco, nel Pavese. I giudici hanno così annullato la sentenza di assoluzione per il giovane emessa in secondo grado, chiedendo maggiori approfondimenti scientifici. Da rifare, dunque, le analisi sull’impronta di Stasi trovata nel dispenser del sapone nel bagno di casa Poggi; da riesaminare la traccia di sangue di Chiara individuata sul pedale della bicicletta di Alberto; da analizzare un capello di colore castano ritrovato nelle mani della ragazza uccisa. Stasi, che da sempre si dichiara innocente, è stato assolto sia in primo sia in secondo grado. Adesso lo attende un nuovo processo, con tanti dubbi da chiarire: ai giudici il suo racconto appare incongruente e il suo alibi convince assai poco. E non torna la ricostruzione della dinamica del ritrovamento del corpo senza vita di Chiara.