Melania Rea: La controinchiesta di un giornalista che non crede alla colpevolezza di Salvatore Parolisi

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l43-salvatore-parolisi-110621110744_bigAntonio Parisi non è nuovo a controinchieste giornalistiche di grande respiro. Ricostruì prima per La storia siamo noi e poi nel libro I misteri di casa Agnelli, la morte di Edoardo, ultimo rampollo di casa Fiat, allungando molti dubbi sulla tesi ufficiale del suicidio. E quando fu smentito da “anonime fonti investigative” a proposito della mancata autopsia della vittima, produsse i documenti che scioccarono un po’ tutti. La vicenda suscitò polemiche, ma il caso non venne riaperto. Recentemente ha dato alle stampe un nuovo volume, Il caso Parolisi, firmato con Alessandro De Pascale. La tesi? Parolisi innocente. Cosa te lo fa pensare? «Si è innocenti in mancanza di prove o di una massa rilevante di indizi che comprovino l’accusa.

Come giornalista che si è occupato di inchieste, sono abituato a non lasciarmi trascinare dalle emozioni. Anche nel caso di Salvatore Parolisi. La lettura dei fatti nella loro fredda successione così come raccontati negli stessi atti giudiziari – dall’ordinanza di custodia cautelare alle motivazioni delle sentenze di condanna del caporalmaggiore – mi hanno portato alla convinzione che Parolisi sia innocente. Può risultare odioso per la sua infantile propensione a raccontare una montagna di bugie, ma questo non fa di lui l’assassino della moglie Melania Rea». Cosa non torna? «Leggendo gli atti ci si accorge di una realtà stupefacente: mancano le prove a carico di Parolisi e latitano persino gli indizi. Abbondano invece le ipotesi, prive di ogni riscontro, come quella della sentenza di primo grado in cui si affermava che Parolisi, vista la moglie fare la pipì, si sarebbe eccitato, e chiestole un rapporto sessuale, al rifiuto di Melania, l’avrebbe massacrata a coltellate. Penso che sulla terribile condanna di Parolisi abbia pesato in maniera determinate l’immagine non proprio positiva che il sottufficiale ha dato di sé con bugie e piagnistei». Parliamo della tesi sostenuta ne II caso Parolisi. «Insieme con Alessandro De Pascale, acuto e coraggioso collega con cui abbiamo scritto il libro sul caso Parolisi, riteniamo che il caporal- maggiore non sia l’assassino della moglie, delitto avvenuto, ricordiamolo, il 18 Aprile del 2011. Alcune affermazioni a “caldo” di Parolisi, fatte pochi minuti dopo l’inizio delle ricerche, quando nulla faceva pensare a una tragedia, testimoniano chiaramente che il sottufficiale avesse subito pensato al peggio. Forse sapeva bene quello che stava capitando a Melania. Ma bisogna tornare a quel giorno».

Torniamoci. «Sono passate le 15,40. Parolisi è a Colle San Marco, località sulle alture attorno ad Ascoli, dove l’uomo si è recato con la moglie e la figlioletta Vittoria per far respirare aria pura alla famiglia e far giocare la bimba sulle altalene. Melania è sparita da poco. Parolisi, dopo una rapida ispezione nei dintorni del bar del Cacciatore, dove Melania sembra essere andata alla toilette, ritorna alle altalene, luogo in cui c’è anche un chioschetto per le bibite. Qui Parolisi scoppia in un pianto a dirotto, dicendo: “Me l’anno ammazzata, me l’hanno rapita”. Un avventore cerca di confortare Parolisi ricordandogli che la donna si è solo persa. La domanda è: Parolisi stava facendo una sceneggiata o aveva elementi e timori che qualcuno stesse facendo del male a Melania?». Tu che pensi? «Nel corso delle settimane successive, le intercettazioni ambientali e la registrazione di una telefonata tra Parolisi e una delle sorelle fa sospettare che l’uomo ben sapeva la causa che aveva determinato l’assassinio di Melania. Assassinio commesso da persone che forse si volevano vendicare di lui per qualcosa di torbido in cui l’uomo si era trovato coinvolto. Io credo che Parolisi sappia chi l’ha portata via. Al sottufficiale potrebbero persino aver strappato la moglie dall’automobile mentre si recava sui colli di Ascoli». Sa, ma non parla neppure di fronte alle sentenze di condanna? E perché? «Dio solo lo sa».

Che elementi hai studiato per sostenere che tecnica- mente non possa essere stato lui a uccidere la moglie? «Intanto i tempi. Secondo l’accusa Parolisi, uscito di casa con la famiglia, invece di recarsi a Colle san Marco si sarebbe diretto alcuni chilometri più lontano: a Ripa di Civitel- la. L’accusa non porta alcuna prova a sostegno di questa tesi, ma supponendo che sia andata così, i tempi sarebbero troppo stetti. Parolisi, arrivato con la moglie a Ripa, per poco non avrebbe incontrato dei militari che durante una pausa da una esercitazione si erano fermati a consumare il pranzo^ a pochi metri da dove poi sarà trovato il cadavere di Melania. In tutta fretta, senza temere di fare incontri indesiderati in un posto così frequentato, Parolisi avrebbe avuto il tempo di litigare con la moglie che non vuole accondiscendere a un rapporto sessuale, quindi accoltellarla alle 14,54, fuggire, cambiarsi per non avere tracce di sangue addosso e quindi giungere a Colle san Marco alle altalene, dove viene visto alle 15,34. Troppo poco tempo. E naturalmente c’è altro». Cioè? «Mi riferisco alle lesioni sul corpo di Melania che sono state procurate nei giorni successivi all’uccisione, forse la stessa mattina in cui venne rinvenuto il cadavere. Anche di queste viene accusato Parolisi. Non ci si spiega però come avrebbe fatto l’uomo a ritornare sul luogo del delitto, a procurare le lesioni sul cadavere della moglie – che ricordano disegni esoterici e di stampo camorristico – , infilzare una siringa nel petto, lasciare un laccio emostatico a fianco del cadavere e in ultimo riaccendere il telefonino di Melania e rispegnerlo.

Tutto questo senza lasciare tracce, senza essere osservato. E correndo il rischio, per le indagini in corso, di essere sorpreso da quanti erano impegnati nelle ricerche di Melania». Esistono elementi che portano altrove? «Ribadisco che vivendo noi in uno stato in cui vige il principio di legalità, non deve essere Parolisi a dimostrare la propria innocenza, ma l’accusa a concretizzare la sua colpevolezza attraverso la produzione di prove. Comunque sia, gli elementi a sostegno segue da pag. 19 dell’innocenza di Parolisi sono insiti nei fatti raccolti dagli inquirenti e raccontati in diversi atti giudiziari consultabili». Tu che idea ti sei fatto? «Con il passare dei mesi mi sono convinto sempre più che l’ambiente militare nonché quello della Caserma Clementi possa nascondere vicende in grado di spiegare il dramma di Melania e quello dello stesso Parolisi. Forse qualcosa tornerò a scrivere in proposito nei mesi prossimi». La difesa di Parolisi ha lamentato il fatto che V appello non sia stato celebrato pubblicamente. «In realtà la scelta del rito abbreviato da parte della difesa, che avrà avuto i suoi buoni motivi, ha impedito nei fatti il dibattimento. Con questo tipo di procedura, sia in primo grado che in appello, il processo si fa sulle carte. Non ho idea a questo punto cosa potrà fare la Cassazione. Forse potrebbe valutare la questione giuridica connessa alla mancanza di prove». Un pentito ha tirato in mezzo Parolisi per una storia di video hard con le soldatesse. «Il coinvolgimento delle soldatesse in “amorazzi” con i loro istruttori era cosa ampiamente venuta fuori durante le indagini. La procura militare ha interrogato molte soldatesse, pare oltre un centinaio. Ne sono venute fuori storie non proprio edificanti.

La giustizia militare ha rinviato a giudizio una dozzina di militari della caserma Clementi, compreso Parolisi, per mancata consegna: ovvero avere sottoposto ad attenzioni sessuali le loro allieve portandosene a letto alcune. Ora salta fuori un pentito che parla persino di filmini hard girati da Parolisi in caserma con alcune soldatesse. Gli avvocati dell’ex caporal maggiore smentiscono e Parolisi parla di calunnie. In questo momento non ho elementi per capire cosa c’è di vero in queste nuove accuse che proverebbero però quello che tanti colleghi giornalisti avevano già detto: la caserma aveva una vita con molte ombre». Perché, se è stato qualcun altro a uccidere Melania, non ci sono sue tracce? «La prima risposta più ovvia è che l’omicidio possa essere strato compiuto da professionisti che di solito non lasciano tracce o prove. La seconda è che i rilievi potrebbero aver trascurato qualcosa, vista la natura del terreno e della zona in cui il cadavere è stato rinvenuto. Un’ultima osservazione: se è vero che non ci sono tracce di eventuali assassini diversi da Parolisi, è altrettanto vero che nessuna traccia riconduce al marito di Melania». Secondo te Parolisi tace per coprire qualcuno? «Dopo la pubblicazione del libro che ho scritto con De Pascale sul caso, sono apparse notizie che confermano quanto da noi adombrato circa possibili infiltrazioni camorristi- che nella caserma Clementi. A parlare è stato un pentito che tra l’altro riferì di uno strano incidente automobilistico occorso ad un altro sottufficiale della caserma Clementi, incidente che in realtà sarebbe stato un attentato di stampo camorristico. Dunque, come già detto, Parolisi potrebbe conoscere o essersi fatto un’idea della verità. Probabilmente però preferisce tacere per evitare i gravi pericoli a cui esporrebbe se stesso o altri, per esempio la figlia Vittoria, se decidesse di dire quello che realmente sa. L’ipotesi non è del tutto campata in aria: alcune intercettazioni fatte in epoca non sospetta suggeriscono proprio questo». Se non è lui il colpevole, si saprà mai la verità? «Ne parlavo proprio alcuni giorni fa con il professor Alessandro Meluzzi. Con lui osservavamo che vi sono dei casi giudiziari, in cui sembra realizzarsi, nonostante la mancanza di prove, una sorta di convergenza accusatoria generale che porta ad individuare “un colpevole” non “il vero colpevole”. Quando poi ci sono coinvolte istituzioni, caserme, militari o forze dell’ordine, tutto si “incasina” e la verità non viene fuori. Al massimo ci si deve accontentare della verità processuale, ma questa non sempre combacia con la verità effettiva delle vicende».